Trittico: Sade, duecento anni dopo – III pannello

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Che cos’è rivoluzione

“SADE: […] Non ci può essere rivoluzione
Senza una generale fornicazione”

Peter Weiss – Marat-Sade

Uno degli aspetti più interessanti della figura di Sade è il suo carattere pervasivo. Certo, si tratta di una risonanza occulta, solo in pochi casi apertamente dichiarata; ma ciò non toglie che pochi autori possano vantarne una tanto duratura e tentacolare da investire esperienze di pensiero e arte anche molto diverse tra loro, per più di due secoli.
Di nuovo, questa affermazione va intesa nella particolarità del caso in questione, dal momento che se si pretendesse da Sade un’influenza analoga a quella di pensatori quali Aristotele o Descartes o Kant, ovviamente il mio discorso risulterebbe smentito. Tuttavia, se si riporta Sade al suo ambito, vale a dire a quello dei fenomeni che presentano difficoltà nell’essere maneggiati, e che di conseguenza sarebbe senz’altro più economico lasciare cadere nel dimenticatoio, ecco che la sua eccezionalità emerge ancora una volta. Se si dà un rapido sguardo alla storia del pensiero, soprattutto in epoca moderna, non si fatica a scorgere autori che sono stati giudicati eccessivi rispetto a limiti vari (alla decenza, al buon gusto, all’opportunità politica, ecc.) senza una contropartita adeguata nei termini di importanza per il pensiero, e che di conseguenza sono stati abbandonati o fatti oggetto di un’attenzione poco più che filologica e erudita. È il caso di personaggi senz’altro interessanti dal punto di vista storico-documentario, quali, per esempio, l’Aretino o La Mettrie o gran parte degli autori riconducibili al romanzo libertino (nell’elenco dei quali per altro spesso Sade è incluso, benché, a mio parere, a torto), che però hanno mancato di esercitare sulla cultura successiva una reale influenza; circostanza, penso, indicativa della loro relativa capacità di travalicare lo status di fenomeno di costume (o di malcostume, se si vuole). Con Sade è profondamente diverso. La sua fama, lungi dallo spegnersi con la sua morte e il passare del tempo, al contrario acquista sempre maggior credito, benché, come si diceva, un credito clandestino, fino a divampare nel XX secolo. Prime tappe di questa carriera postuma sono gli apprezzamenti di Flaubert, Baudelaire, Wilde, Swinburne, e più in generale di tanta parte del decadentismo, per poi giungere al traguardo di un irraggiamento, manifesto o meno, su tutta la cultura europea del ‘900; irraggiamento di cui potrebbe essere simbolo la sentenza di Kafka: “Il marchese de Sade è il vero patrono della nostra epoca1.”

A partire da qui l’influenza, o piuttosto il confronto con Sade è rintracciabile in quasi ogni macrofenomeno filosofico e artistico del secolo breve: dal surrealismo all’esistenzialismo, dal cinema alla psicoanalisi. Non fa naturalmente eccezione il teatro, che nell’opera di Peter Weiss (1916-1982) La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati dai filodrammatici di Charenton, sotto la guida del marchese de Sade2, titolo comunemente abbreviato in Marat-Sade, ci offre, a mio parere, una delle più belle riflessioni disponibili sul significato dell’opera di Sade.
Artista fortemente poliedrico, Weiss sperimentò un’ampia gamma di forme espressive che vanno dalla pittura alla poesia al romanzo, per poi approdare al teatro, cui resta legata la sua fama, nel 1964 con Marat-Sade.
Non essendomi mai occupato di teatro in maniera sufficientemente seria da sentirmi autorizzato a compiere un’analisi anche solo sommaria degli aspetti formali della pièce, benchè mi paiano essere numerosi e pregevoli, la demando a tastiere più autorevoli della mia, limitandomi a un paio di coordinate essenziali per inquadrare il discorso che mi preme affrontare.

Siamo nel 1808. Sade ha sessantotto anni, è rinchiuso da cinque nel manicomio criminale di Charenton, dove tuttavia il direttore, Françios de Coulmier, in virtù della grande stima e amicizia che nutre per lui, gli consente di mettere in scena pièce teatrali scritte da Sade stesso, in cui recitano gli altri alienati ospiti del manicomio e alle quali partecipano come pubblico le celebrità della scena teatrale parigina. La scena si apre sul prologo di una di queste rappresentazioni, nella quale Sade ha dichiarato di volere rievocare la morte di Jean-Paul Marat, il noto rivoluzionario radicale, ucciso per mano di Charlotte Corday. Siamo dunque in presenza di un tipico caso di teatro-nel-teatro, dal momento che ciò che vediamo rappresentato è una messa in scena teatrale, in una pluralità e mescolanza di piani cronologici e non solo che coinvolge anche il pubblico, cui è assegnata la parte di pubblico dello spettacolo messo in scena da Sade.

Marat ritratto da Jospeh Boze

Marat ritratto da Jospeh Boze

Questo sembrerebbe essere, nelle intenzioni, una celebrazione della figura di Marat. Di conseguenza Coulmier, pubblico ufficiale del regime napoleonico e quindi, almeno sulla carta, post-rivoluzionario, ha concesso con gioia una volta di più il suo consenso alla rappresentazione; fatti salvi certi tagli e piccole censure qua e là, atte a mascherare le “insignificanti” contraddizioni presenti nella presunta continuità tra rivoluzione e regime napoleonico, sedicente compimento della medesima rivoluzione.
Ma, censure o meno, le contraddizioni non tardano a venire a galla nel momento in cui Sade, sordo alle proteste di Coulmier, sbriciola il diaframma temporale che lo separa da Marat e nello spazio della finzione teatrale, divenuto più reale della stessa realtà, investe il rivoluzionario, il giacobino malato e dubbioso, con la logica spietata della sua filosofia, smascherando una rivoluzione: che non ha cambiato nulla, dal momento che i disgraziati sono rimasti disgraziati, non meno rinchiusi e dominati di prima per il solo fatto di essere dichiarati pazzi anziché sediziosi (e qui il manicomio stesso si fa a un tempo metafora e realtà del prodotto della rivoluzione); che in nome della libertà e dell’eguaglianza ha fatto dell’omicidio il suo strumento abituale, rivelando così il carattere pretestuoso di quelle istanze di libertà e eguaglianza, dietro cui non si nasconde altro che la sete di sangue, il desiderio di carneficina e distruzione proprio dell’essere umano come di ogni fenomeno naturale: desiderio che Sade ha instancabilmente esplicitato nelle sue opere, e che accomuna in ogni aspetto essenziale ancien régime, rivoluzione e regime napoleonico, riducendo le differenze a specchietti per le allodole (cioè per noi).
Di fronte alla calma lucidità di Sade, Marat tentenna. È stanco, divorato dalla febbre e da una malattia alla pelle che non gli dà tregua; come non gli dà tregua il dilaniante contrasto tra la volontà di azione volta al cambiamento e la consapevolezza sempre crescente che ogni sforzo è a perdere, poiché nessuna rivoluzione che pretenda di andare oltre un semplice rimescolamento dei ruoli di dominatore e dominato è possibile, meno che mai una rivoluzione che abolisca questa distinzione, che è anzi la forma stessa con cui la Natura reitera la sua attività principale, cioè la distruzione.
In questa dialettica, Sade assume il ruolo stesso di questa consapevolezza: all’interventismo ideologico di Marat contrappone l’evidenza dell’inemendabilità della sofferenza umana, perché fondata su meccanismi immutabili da cui l’uomo dipende in ogni gesto, senza possibilità di sottrarsi. La crudeltà e la ferocia sono comandate dalla Natura e prenderanno il sopravvento sotto qualsiasi regimi politico, il quale, indipendentemente dalle istanze che hanno portato alla sua instaurazione, si troverà all’istante asservito alle leggi di sopraffazione e distruzione secondo cui il più forte annienta il più debole perché prova gusto a farlo. Punto.

Colloqui tra Sade e Marat

Colloqui tra Sade e Marat

Arrivati a questo punto ci si trova tuttavia di fronte a un paradosso: com’è possibile che Sade, l’uomo più rivoluzionario che sia mai esistito, al punto da aver fatto della sua stessa vita una rivolta implacabile contro tutto e tutti, prenda posizione contro lo spirito rivoluzionario?
Ovviamente il paradosso è solo apparente, perché tutto sta nello stabilire che cos’è rivoluzione.

Ogni rivoluzione che si è storicamente realizzata (Rivoluzione inglese, americana, francese, Rivoluzione d’ottobre, ecc.) si è presentata come un progetto più o meno radicale di rinnovamento politico (basato sulla denuncia di ingiustizie, reali o presunte, perpetrate dal sistema politico che si intendeva rinnovare), connesso in più di un caso a istanze di rinnovamento e miglioramento dell’umanità, vale a dire della natura umana. Il discorso, meno presente all’interno della tradizione anglo-americana, di sana ispirazione liberale, vale senza dubbio per la Rivoluzione francese, per quella d’ottobre e per tutte quelle di ispirazione marxista e socialista, dal momento che tutte affondano le radici nella tradizione illumanista3 e in particolare nella riflessione di Rousseau, pensatore molto caro a ogni ideologia rivoluzionaria di stampo socialista. Ora, non a caso sia Marat che Robespierre che gli altri giacobini erano grandi lettori e seguaci di Rousseau, e questo faceva sì che essi vedessero nella rivoluzione non tanto o non solo l’occasione di una riforma politica dello stato a partire dalle strutture esistenti (per esempio la conversione della monarchia assoluta in una moderna monarchia costituzionale) quanto piuttosto il preciso dovere di un annientamento di quelle strutture al fine di una loro radicale ricostruzione a partire da zero, in vista di un ancor più radicale miglioramento della natura umana. Mentre lo scrivo non posso trattenermi dal rabbrividire al solo pensiero: sarei curioso di sapere dove, gli ancor oggi attivi fautori del miglioramento morale dell’umanità, si immaginino stia la differenza tra loro e l’hitlerismo, che suo modo pretendeva ugualmente di migliorare l’umanità.
Sia come sia, è di questa concezione della rivoluzione come istanza di rinnovamento radicale dell’essere umano che il Sade di Weiss denuncia il fallimento, mostrando come essa si sia rovesciata nel suo esatto contrario, ossia nella strage e nell’atrocità; e questo perché, lungi dall’aver anche solo sfiorato l’essenza della natura umana, non ha neanche saputo comprenderne l’immutabilità e la ferocia che le sono intrinseche, fuorviata dal falso mito rousseauiano di un uomo naturalmente buono e solo successivamente corrotto dalla società (posto strano il mondo: sembra di sentire un tossico da centro sociale e invece scopri che è Rousseau e che ha influenzato almeno tre secoli di pensiero politico…).
Ogni rivoluzione politica concepita sotto le insegne di un cambiamento radicale è dunque destinata a fallire nel momento stesso della sua concezione, perché già lì sarà viziata e asservita all’inalterabilità di quella natura umana irresistibilmente incline alla sopraffazione e al delitto, e ogni istanza di libertà non sarà altro che il veicolo attraverso il quale nuove sopraffazioni, diverse nella forma ma identiche nella sostanza alle precedenti, prenderanno corpo; cosa che si è puntualmente verificata nel caso, appunto della Rivoluzione francese con il regime napoleonico e poi con le varie istituzioni politiche del XIX secolo, sotto le quale il popolo francese deve aver sofferto e patito come mai durante tutta la durata della monarchia, a partire dal medioevo.
La rivoluzione ha issato le insegne della libertà, ma nel fare questo è stata molto meno radicale di quanto credesse, perché la libertà che sbandiera ai quattro venti come fosse una reale conquista, non è altro che un nuovo sistema politico, identico al precedente nella sua azione di dominio e repressione. È stata una apparenza di rivoluzione, il cui unico risultato è la strage istituzionalizzata del Terrore.
La rivoluzione cui pensa Sade è qualcosa di estremamente più radicale, e dunque di autenticamente rivoluzionario. La rivoluzione cui pensa Sade non consiste in azioni, assalti, prese della Bastiglia e decapitazioni: tutte cose che come risulta dal nostro discorso sono l’esatto contrario della rivoluzione, perché non fanno che reiterare sotto altra forma la soppressione del più debole da parte del più forte, il cui motore sono istinti che, per nulla addomesticati dall’ipocrita repressione praticata dalla società, trovano nelle istituzioni della società stessa il modo di operare indisturbati. La rivoluzione cui pensa Sade sono le sue opere.
La rivoluzione cui pensa Sade è la rivoluzione del pensiero che finalmente prende coscienza delle cose per quello che sono e, smascherata la mistificazione dell’umanità, ha il coraggio di rendersi conto che l’unica rivoluzione, l’unica rivoluzione autentica, sarebbe quella che condurrebbe al completo scatenamento delle immani potenze distruttive che giacciono in fondo all’animo umano non meno che nel cuore dei vulcani, a quella «fornicazione generale» in cui ogni corpo risulterebbe aggredito e distrutto dall’altro e con ciò si sancirebbe la fine dell’umanità stessa. Questo scatenamento sarebbe l’unica vera rivoluzione, e finché ciò non avviene

SADE: […] Tutte le vostre agitazioni
non sono che sommosse carcerarie
soffocate
da galeotti comprati

che non cambiano e non possono cambiare assolutamente nulla. Questo è ciò che Sade pensa della rivoluzione di Marat, di quella Lenin, di qualsiasi rivoluzione: sommosse di sbandati assetati di sangue non meno dei dominatori che vogliono rovesciare, e che nel tentativo illusorio di cambiare qualcosa che non può essere cambiato, lasciano solo più distruzione di quanta ne abbiano trovata.
La rivoluzione additata da Sade ovviamente non è una proposta politica, ma vuole essere presa alla lettera in quanto reductio ad absurdum di ogni ideologia rivoluzionaria, inevitabilmente condannata a spegnersi nel bagno di sangue del proprio fallimento; come Marat che sarà pugnalato dalla coraggiosa Corday, nella vasca in cui cercava ristoro ai tormenti della pelle.
La pièce si chiude su un Sade più vittorioso che mai, mentre assiste al trionfo della sua filosofia, quando gli istinti terrificanti e irreprimibili, di cui per tutta la vita ha analizzato il dominio assoluto, esplodono negli alienati che tentano la sommossa, davanti a un Coulmier disperato che ordina di calare il sipario sulla realtà di ciò che veramente è Rivoluzione.

Postilla: sarebbe grave mancare di segnalare la splendida versione cinematografica della pièce di Weiss, realizzata da Peter Brook nel 1966, con il titolo: Marat-Sade. Si tratta di una trasposizione in tutto fedele al testo di Weiss che restituisce alla perfezione, rendendola anzi se possibile ancora più intensa, la potenza tragica di questo lavoro straordinario.

La locandina del film di Peter Brook

La locandina del film di Peter Brook

 


1Cfr. G. Janouch, Conversazioni con Kafka, Milano: Guanda, 2005
2Il testo è disponibile in edizione italiana presso Einaudi: collezione di Teatro.
3Ho definito il concetto di Illumanismo nella primo pannello del trittico.

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