Una questione poetica – 1

di Victor Attilio CampagnaLa vulgata insegna che la poesia non vende. Perciò alle case editrici non conviene pubblicare poesia, proprio in quanto non rende; poi, con la crisi e tutto il resto, insomma, lo sappiamo…
È verissimo che la poesia vende pochissimo, però dire che la poesia non vende e per questo le case editrici non pubblicano poesia, è solo una considerazione, amara, ma una mera considerazione: come se il pubblico, a prescindere, non fosse interessato alla poesia, e in questo stesse la causa primaria.
Per intenderci, provate ad entrare in una libreria qualsiasi: subito vediamo la sezione novità. Ci sono testi di poesia nella sezione novità? No, nemmeno uno. Andando nella sezione poesia, di solito uno o due scaffali in un anfratto della libreria, c’è di tutto, un po’ alla rinfusa, e le novità sembrano pochissime, anzi, quasi nessuna: devi ravanare per trovare un poeta di recente pubblicazione.
E no, la colpa non è dei poeti, che, spesso, non sono per niente astrusi, né complessi, né difficili: per farvi degli esempi, Magrelli, Cucchi, Milo de Angelis e Zeichen non sono per niente poeti difficili, anzi… vi assicuro che sono molto leggibili.Pictures5

Tra i poeti sopra citati, Cucchi ha vinto quest’anno il premio Bagutta, prestigiosissimo, con la sua ultima raccolta, Malaspina, edita da Mondadori; è stata organizzata a questo proposito una conferenza alla Statale di Milano. Eppure, se si va, ad esempio, in Feltrinelli, o alla Mondadori (Multicenter) il suo libro non sarà mai messo in evidenza come un premio Strega, così come la televisione non ne parlerà.

c796a152af0a434573908d22aa6845df_w_h_mw650_mhVisto il contesto, viene un po’ da pensare che il problema siano le case editrici, le librerie e i media: in Italia si legge poco, ma non si legge quasi per niente poesia (solo i poeti leggono poesia, come si suole dire), ma questo a causa di una forte ignoranza del panorama poetico contemporaneo, che gli addetti ai lavori non cercano di moderare, anzi! Se si punta sul guadagno solo attraverso prosa e non la poesia non è una questione di necessità: è una mera scelta di mercato, per cui non è affatto colpa di chi scrive (o di chi legge), ma di chi pubblica. Un esempio su tutti? Saviano ha parlato in prima serata, su Rai Tre, di Szymborska, poetessa premio Nobel morta di recente: il giorno dopo la raccolta completa delle sue poesie, edita da Adelphi, ha venduto 15 mila copie; han dovuto fare una seconda ristampa, a sua volta esaurita, facendo salire nelle classifiche dei libri più venduti la poetessa polacca.
Insomma, vorrei che con questo breve articolo si iniziasse a cambiare punto di vista, riconoscendo che il relativismo culturale esiste anche per porre diverse visioni – magari corrette – su un fatto sociale: continuare a far figurare come vittimistica la poesia è quanto meno sciocco, perché se le presentazioni organizzate dalle case editrici sono solo di prosa, e non di poesia, una ragione c’è: sono tutte scelte di mercato, scelte per cui la poesia non deve avere visibilità, la prosa sì. Che questa scelta sia sbagliata o meno non mi interessa, non è questo il punto: piuttosto mi viene da considerare come le case editrici, almeno, nella stragrande maggioranza, non facciano più editoria di cultura, ma editoria di mercato, ossia volta esclusivamente al soldo e al tenersi in piedi, e che per questo fanno scelte che vanno verso la convenienza, o supposta tale, sulla base del fatto che si legge, in generale, più prosa che poesia (cosa vera sino ad un certo punto visto che finora le case editrici non se la passano molto bene).
È davvero necessario che sia così? Oppure possono tornare ad esistere case editrici che facciano cultura diffusa, che leggano le opere che vengono loro inviate, che cerchino di investire davvero negli autori e non solo su tipologie mercantilistiche? Credo, in conclusione, che, ora come ora, stia a noi lettori, noi pochi, rispondere.


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