Ritratto d’autore: Roman Polanski

di Jolanda di Virgilio

Ma però (10)

Qualche tempo fa è uscita sui giornali una notizia che ha suscitato diverso scalpore.
L’ottantenne Charles Manson, assassino di Sharon Tate, moglie del celebre cineasta Roman Polanski, si sposa. Si sposa con una giovane di ventisei anni, dai capelli biondi e l’aria innocente, Afton Elaine Brown.
Reputo francamente poco interessante approfondire le dinamiche e i dettagli della storia del loro matrimonio.
Vorrei piuttosto raccontare un’altra storia. Quella di un regista meraviglioso, anche se indubbiamente inquietante e, a volte, addirittura spaventoso, che ha lasciato attraverso i suoi film un’impronta unica e indescrivibile. La vita singolare di un uomo e l’eccezionalità della sua opera, senza poter scendere, purtroppo, nella descrizione di ogni singolo film. Ogni film di Polanski infatti è un universo, un sistema solare, attorno al quale orbitano centinaia di messaggi e sfumature, e addentrarci in questo spazio rischierebbe di farci sprofondare in un gigantesco buco nero.

Roman Polanski nasce a Parigi, ad agosto, nel 1933.
Compiuti tre anni si trasferì a Cracovia assieme al papà, la madre e la sorellastra.
Andare via da Parigi si rivelò subito un grave errore, naturalmente: tornarono in Polonia poco prima della guerra. Il padre decise di mandare la moglie e i figli via da Cracovia, a Varsavia, che tutti pensavano sarebbe stato l’ultimo obiettivo dell’invasione tedesca, poiché era più lontana dal confine. E Varsavia sembrava essere ben protetta, almeno a detta del governo polacco…ma anche lì iniziarono presto i bombardamenti. Roman aveva soltanto sei anni. Fu la prima volta in cui soffrì la fame, perché non c’era concretamente nulla da mangiare. Inoltre i soldi cominciavano a scarseggiare. La mamma cercava di trovare del cibo per sfamare i piccoli, come meglio poteva. Una volta tornò con un pugnetto di zucchero trovato sparso per terra. Lo sciolse e lo fece passare attraverso un panno, per pulirlo dalla sabbia e dalla sporcizia. Un’altra volta, in una fabbrica di sottaceti bombardata, trovò un grande barattolo di cetrioli sottaceto, che diventarono cibo e acqua della famiglia per diversi giorni.

Questa scena a chi ha visto Il Pianista, sicuramente ricorderà qualcosa…

Un giorno Roman, mentre giocava con la coda di una bomba trovata per terra, vide un uomo che lo osservava da lontano…era suo padre. Era tornato a prenderli e a riportarli a Cracovia, dalla nonna.
Cracovia ormai era occupata dai tedeschi. La prima cosa che Roman notò furono le fasce al braccio. In Polonia si indossava la fascia bianca con la stella di David blu. Doveva essere di 8 centimetri precisi. Il bambino non capiva, così gli venne spiegato che tutti gli ebrei erano costretti a indossare quella fascia.
Ebrei.
Non riuscì ancora a capire bene cosa significasse.
Molto presto dovettero spostarsi sulla riva opposta del fiume Vistola. Tutti gli ebrei si trasferirono lì. Ma non c’erano appartamenti per ogni famiglia. C’erano solo grandi appartamenti in cui vivevano quattro o cinque famiglie insieme. La prima grande avvisaglia di ciò che sarebbe successo.
Ogni giorno sempre peggio.
Finché una mattina la sorellastra lo chiamò, invitandolo a sporgersi dalla finestra, e gli disse di guardare. Vide che costruivano qualcosa lungo la strada. Un muro. «Quello fu il momento in cui capii che facevano sul serio».

Poi ebbe la prima ferita emotiva. C’era un ragazzo che viveva nel palazzo vicino, si chiamava Pawel. Pawel era più grande di Roman, ma i due divennero molto amici.
I tedeschi intanto compivano irruzioni nel ghetto di tanto in tanto. Avevano gli elenchi delle persone da portare via. Mai una famiglia intera, solo uno, il padre, la figlia, o qualcun altro.
Li portavano ai campi di concentramento.
Una notte sentirono delle urla e si accorsero della presenza dei tedeschi nell’edificio. Il padre spense le luci e si avviò a vedere cosa stesse succedendo. Riuscì a vederli trascinare una donna per i capelli, giù per le scale. Senza sapere il motivo, istintivamente, Roman con la saliva disegnò una svastica sul muro. Il padre subito la cancellò con la mano, senza rimproverarlo, senza proferire una parola. E la notte passò. La mattina dopo c’era meno gente nel ghetto. In mezzo alla strada Roman trovò sparsi gli effetti personali di coloro che erano stati deportati, i giocattoli, le fotografie…e scoprì che avevano preso anche Pawel.
Un altro episodio che scosse Roman fu vedere le SS obbligare le donne a marciare, solo le donne. Gridandogli contro. Alla fine, una donna che non riusciva a camminare cadde sulle ginocchia. Barcollava e alla fine cadde a quattro zampe. Una SS estrasse la pistola e le sparò alla schiena. Alla vista del sangue che schizzava fuori, Roman scappò all’interno di un palazzo. Si rifugiò sotto le scale di legno, si nascose appiattendosi tra i gradini, e rimase lì per molto tempo.
Vivevano nel terrore, sempre più stretti nel piccolo appartamento.

Scoprirono che ci sarebbe stata un’irruzione. La madre di Roman lo portò da alcuni conoscenti, i Wilks, a cui il padre aveva lasciato gioielli di famiglia e denaro in cambio di protezione. Dopo l’irruzione andò a prenderlo il padre, non la madre. Lo strinse a sé, riempendolo di baci. Mentre camminavano il padre scoppiò in lacrime e disse che avevano preso la mamma. Ma Roman non pianse, gli disse «Smetti di piangere, o prenderanno anche noi.»
E andò così.
Il padre lavorava, e gli permettevano di uscire dal ghetto quotidianamente. Il bambino andava a scuola circa un’ora al giorno, per il resto del tempo era costretto a lavorare per produrre sacchetti di carta.
Sapevano che avevano deciso di sgomberare completamente il ghetto.
All’alba il padre lo portò alla recinzione dietro la torre di guardia. Aveva un paio di cesoie e cominciò a tagliare il filo spinato. Poi gli disse di andare a nascondersi dai Wilks. Ma i Wilks non erano in casa. Roman pensò di tornare dal padre subito, ma mentre si avvicinava al ghetto vide dei prigionieri ebrei che marciavano. Tra di loro, suo padre.

Roman rimase per poco tempo con i Wilks, che finirono tutto il suo denaro e lo affidarono presso un’altra famiglia, i Puteks. Qui conobbe Mietek, un giovane della sua età, che divenne la sua guida. Roman iniziò a guardare Cracovia da una nuova prospettiva. I suoi cinema innanzitutto! Mietek lo portò al cinema. Il cinema non costava niente e non ci si doveva andare. C’era uno slogan che diceva “Solo i maiali vanno al cinema”.
Davano ovviamente solo film tedeschi. Film vecchi e nuovi, pochi film di propaganda. Innocui film brutti. Ma comunque qualcosa di magico.
Anche i Puteks iniziarono a trovare difficoltà nel mantenere il ragazzo, così lo spedirono in campagna, ospitato presso un’altra famiglia cattolica, in una casa isolata in mezzo al bosco, poco distante da Aushwitz.
L’inverno, la guerra e la solitudine rendevano la vita insopportabile. Passarono gli anni e arrivarono gli alleati. Ma non si riusciva a trovare la pace neppure dopo la fine del dominio tedesco: la fame, la miseria, l’angoscia di non sapere cosa fosse successo alle persone amate…
Nessuna notizia né del padre, né della madre, né della sorellastra.
Un giorno però, Roman tornò a casa e trovò il padre seduto a un tavolo ad aspettarlo. Lo prese in braccio sulle sue ginocchia ossute e pungenti, lo abbracciò e gli promise una nuova vita insieme.
Andarono a vivere insieme solo per un paio di giorni. Molto presto, troppo presto, il padre incontrò una donna e si sposarono. Trovarono un posto dove vivere. Era una casa molto piccola e non avrebbero potuto far vivere Roman con loro.
Così il giovane continuò ad abitare con la famiglia cattolica che si era presa cura di lui fino ad allora e iniziò a lavorare per mantenersi, finché nel 1953 ottenne una parte nel primo film che lo vide in veste di attore: Trzy opowiesci.

Da questo momento prese il via la sua carriera nel mondo della settima arte. Recitò in altre produzioni, conseguendo poi il suo apprendistato nel ’59 presso la Scuola d’Arte di Cracovia.
A soli ventidue anni debuttò dietro la macchina da presa con il cortometraggio Rower.
Alle soglie dei trenta diresse il suo primo suggestivo lungometraggio: Il coltello nell’acqua, che, tra i vari riconoscimenti, si guadagnò la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero.
Nel 1963 si trasferì in Inghilterra dove realizzò due delle sue opere più originali: Repulsion e Cul-de-sac. Grazie al successo di quest’ultima pellicola Roman divenne un regista di fama internazionale e riuscì a firmare un contratto di produzione con Martin Ransohoff, il propietario della MGM, per il film Per favore non mordermi sul collo, un’adorabile commedia sui vampiri.

Sul set del film conobbe Sharon Tate. «Sentii il suo nome, Sharon Tate… non riuscivo nemmeno a dividere il nome dal cognome. “Sharontate” mi sembrava come il melone di Charente. Ma alla fine mi resi conto che era Sharon… Tate».
Mentre giravano sulle Dolomiti italiane, si conobbero meglio e si innamorarono subito. Tornati a casa, decisero di vivere insieme e di sposarsi, e inaspettatamente, Sharon rimase incinta. La loro storia d’amore, però, non sembrava essere particolarmente serena: sul set infatti Roman era solito trattarla malamente, e non solo: anche nella vita privata la Tate era costretta a sopportare diversi tradimenti. Tuttavia in questo periodo Roman raggiunse un successo invidiabile con Rosemary’s Baby, realizzato negli Stati Uniti, a Hollywood, reputato il miglior film horror di tutti i tempi.
Era impegnato a scrivere una nuova sceneggiatura a Londra con Jack Nicholson, mentre Sharon era rimasta sola a Hollywood, «entrambi volevamo che nostro figlio nascesse in America». Roman pensava di raggiungerla non appena avesse terminato il lavoro. Ma una notte –la notte del 9 agosto del 1969- ricevette una telefonata: «Sono morti, sono tutti morti». Si trattava di Sharon, ma anche di Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger, uccisi da un gruppo di seguaci del noto killer Charles Manson. La strage venne compiuta in modo brutale, durante il festeggiamento per la gravidanza di Sharon. La casa fu distrutta, sopra i muri, scritte con il sangue, offese e bestemmie.

Molto si parlò riguardo questo evento. Alcuni sostennero che Polanski e la moglie fossero in un giro di sette sataniche, che quindi, in un certo senso, se l’erano cercata. Il regista spiega comunque in questo modo le ragioni dell’evento: «in quella casa prima ci abitava Terry Melcher. Manson voleva diventare musicista. Compose dei pezzi e li fece ascoltare a Terry, nel periodo abitava lì. Credo che Terry glieli bocciò e Manson deve essersi sentito umiliato e desideroso di vendetta. Così quando mandò quelle persone, le mandò prima in quella casa. Quindi è stato solo un terribile equivoco, per aver affittato la casa sbagliata».
Riprendersi da quell’evento fu quasi impossibile.

Anche perché ne seguì immediatamente un altro altrettanto grave: l’accusa di pedofilia e il carcere. Era il 1977. Polanski si dichiarò colpevole di aver fatto sesso con una minorenne. Fu mandato in prigione per un esame diagnostico, restò lì dentro solo per quarantadue giorni e fu costretto ad abbandonare il Paese.
Tornò a Londra, poi di nuovo a Parigi. Qui si costruì una nuova vita, girando Tess, con Nastassja Kinski, che ebbe un successo mondiale.
Sempre a Parigi, mentre preparava il film Pirati, conobbe Emanuelle Seigner, una giovane attrice francese, che divenne nell’89 sua moglie. Con lei lavorò ai film Frantic, Luna di Fiele (progetto decisamente molto audace, poiché Emanuelle interpretava il ruolo di una giovane depravata, e il limite a cui doveva spingersi era davvero estremo) e La Nona Porta, con Johnny Depp.
Dopo un’inestimabile carriera lavorativa, e dopo le numerose tragedie personali, arrivò nel 2002 il Premio Oscar per la direzione del meraviglioso film Il Pianista: film sull’olocausto, in cui si sente forte l’eco dei terribili ricordi d’infanzia.
La vita del regista sembra riprendere una dimensione tranquilla; anche nei suoi film l’impronta sinistra e tragica comincia a evaporare lentamente, abbandonando quella dimensione di incubo spettrale. Nel 2005 esce Oliver Twist, trasposizione cinematografica del commovente romanzo di Charles Dickens. Cinque anni dopo fu la volta di The Ghost Writer, e, ancora, Carnage, e infine l’anno scorso Venere in pelliccia, che vede protagonista la moglie Emanuelle e Mathieu Amalric, film presentato al 66esimo Festival di Cannes.

Roman Polanski è un personaggio ambiguo, ricco di contraddizioni, di zone oscure e inquietanti, ma allo stesso tempo è in grado, attraverso le sue creazioni artistiche, di mostrare una sensibilità raffinata e profonda, capace di sondare dettagliatamente i lati intimi dell’anima umana, portando alla luce riflessioni acute e illuminanti.
È un artista fine, attento, con uno sguardo assolutamente originale, che mi permetto di definire addirittura geniale.
Come poter formulare dunque un giudizio estetico prescindendo dall’aspetto umano, dai comportamenti e dal vissuto di questo personaggio, dalle sue scelte e dalle azioni compiute?
È rischioso non tener in considerazione i suoi lati sinistri e condannabili (moralmente e legalmente), o comunque giustificare il suo vissuto in virtù della sua opera. Eppure credo che si debba (almeno) provare a mantenere separati il giudizio sulla persona da quello sull’artista, cercando di porsi in una condizione di critica aperta e tollerante, focalizzata esclusivamente sulla realizzazione cinematografica.

Ritratto d’autore: Roman Polanski


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