“The Scarlet Plague” ovvero l’Apocalisse secondo Jack London

di Elena Fantuzzi

Ma però (6)

Jack LondonSì, avete letto bene: Jack London. Probabilmente uno degli scrittori statunitensi più noti e al contempo – se mi si concede il gioco di parole – poco conosciuti di tutti i tempi. Tragica ironia per un autore che, nei suoi quarant’anni di avventurosa vita, ha prodotto una bibliografia estremamente vasta non solo quantitativamente, ma anche e soprattutto per generi e forme espressive1, essere ricordato come un semplice “scrittore per ragazzi”. Un’etichetta che chiaramente sta stretta e risulta, in fondo, ingenerosa nei confronti di una personalità estremamente poliedrica. Sicuramente più di quanto potevamo immaginare immersi nella lettura dei grandi classici Il richiamo della foresta e Zanna Bianca, in quelle storie di uomini spesso bestiali e cani profondamente umani tra i ghiacci del Grande Nord.

Ecco, proviamo a metterli da parte per qualche istante…. q.b., come scrivono nei libri di cucina. Quanto basta per addentrarci in un’opera forse poco nota e incredibilmente visionaria.

Anno 2073. Un vecchio e un ragazzino risalgono i binari di una vecchia ferrovia abbandonata. Sono sporchi, vestiti unicamente di pelli di animale, selvaggi esattamente come selvaggia è la natura che li circonda, regno di lupi e bestie feroci. Ancora non lo sappiamo che ci troviamo a San Francisco, o meglio dove un tempo, molti anni prima, sorgeva la città di San Francisco. Bisogna aspettare che il vecchio savage si sieda e al cospetto dell’oceano racconti a un piccolo gruppo di ragazzini come erano andate le cose. Come era prima il loro mondo ferino. Prima di cosa? Prima della peste scarlatta (secondo la traduzione italiana, con richiamo più o meno esplicito alla “morte rossa” di un celebre racconto di Edgar A. Poe). Nel lontano 2013, infatti, scoppiò una terribile epidemia sotto forma di un morbo sconosciuto che nel giro di pochi minuti tingeva di rosso e uccideva le proprie vittime. Un morbo letale, apparso misteriosamente, che si diffuse con una rapidità inaudita in tutto il mondo civilizzato cancellando o quasi la razza umana.
Poi più nulla. Città abbandonate per sfuggire al contagio, strade deserte o ingombre di cadaveri. Una umanità persa in una disperata, atavica lotta per la sopravvivenza. Il silenzio e la solitudine di chi è stato risparmiato dalla peste scarlatta. La fine del mondo conosciuto dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria.

The Scarlet Plague

Era il 1912 quando Jack London pubblicava sul giornale The London Magazine questo breve racconto. All’epoca non era ancora stato coniato il termine “science-fiction”, fantascienza, e opere come questa venivano ambiguamente definite “pseudoscientifiche”. Eppure, nonostante la mancanza di tale nozione di genere, non mancavano testi che possono essere considerati esimi precursori non solo della fantascienza in generale, ma più nello specifico di un sottogenere oggi particolarmente in voga, se non dominante nell’immaginario letterario e cinematografico. Stiamo parlando della fantascienza post-apocalittica, la fantascienza dei sopravvissuti. Nell’immaginario occidentale, laico ma influenzato dalla tradizione biblica e millenaristica, l’Apocalisse pare costituire una sorta di omega della storia dell’umanità: fine del Tempo, fine del mondo conosciuto, Giudizio Universale. Già a partire dal XIX secolo sono apparsi romanzi che consideravano tale evento così carico di suggestioni non una fine, ma un periodo di passaggio per un nuovo (tormentato) inizio. Capostipite di questo filone è The Last man (1826) di Mary Shelley in cui compare un archetipo destinato a influenzare l’immaginario post-apocalittico per lungo tempo: un unico sopravvissuto a un’immane catastrofe (anche in quel caso a una epidemia di peste) si ritrova a fare i conti con un mondo, il proprio mondo, radicalmente cambiato, sconvolto. Nel corso degli anni seguirono diverse variazioni sul tema, compresa la versione di London in questione, fino ad arrivare a esempi recenti di più clamoroso successo, tra cui I Am Legend (1954) di Richard Matheson e Il pianeta delle scimmie (1963) di Pierre Boull e le rispettive trasposizioni sul grande schermo. Potremmo addirittura aggiungere, in salsa pop, la saga letteraria (e cinematografica) Hunger Games di Suzanne Collins.
Jack London, però, non si limita a descrivere l’Apocalisse né a illustrare al lettore l’imbarbarimento della nuova umanità ricreata dai pochi sopravvissuti. Lascia l’amaro in bocca il ritratto dolente di questi giovani selvaggi, quasi primitivi, probabilmente inconsapevoli di sé e del mondo che li circonda, dimentichi di quella ricchezza espressiva del linguaggio, che costituisce l’essenza dell’uomo moderno. Ma non è tutto. London va oltre, lasciando trasparire una vitale e inquietante domanda: che nuovo mondo nascerà plasmato dalle mani di tali “enfants sauvages“? Che ne sarà dell’ alfabeto e dei libri? Riuscirà finalmente l’uomo nuovo a stare lontano dalla polvere da sparo?

Jack London, La peste scarlatta, Adelphi, 2009, pp. 94


1Parliamo di ventidue romanzi che spaziano dalla letteratura di avventura e di formazione alla fantapolitica (forse non troppo) di The Iron Heel (Il tallone di ferro, 1908), da storie di Klondike e Gold Rush a resoconti carcerari, dal realismo di chi vuole prestare al lettore i propri occhi alla visionarietà dei sogni e delle utopie di un uomo di inizio secolo; cinque prose teatrali; tre raccolte di memorie, tra cui una personale autobiografia; venti raccolte di racconti, svariati saggi e alcuni articoli giornalistici.

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