A occhi aperti

di Elisa Saporiti

Ma però (5)

L’essenza del fotogiornalismo

“Il noema della Fotografia è semplice, banale: nessuna profondità: «È stato». […] La Fotografia è un’evidenza spinta, caricata, che sembra caricaturizzare non già la figura di ciò che essa ritrae (anzi è, proprio il contrario) ma la sua stessa esistenza. L’immagine, dice la fenomenologia, è un nulla di oggetto. Ora, ciò che io ipotizzo nella Fotografia non è soltanto l’assenza dell’oggetto, ma anche, sullo stesso piano e all’unisono, che quell’oggetto è effettivamente esistito e che è stato lì dove io lo vedo. Ecco, la follia è proprio qui; infatti, sino ad oggi, nessuna raffigurazione poteva assicurarmi circa il passato della cosa, se non per mezzo di riferimenti ad altre cose; invece, con la Fotografia, la mia certezza è immediata: nessuno mi può disingannare. La Fotografia diventa allora per me un medium bizzarro, una nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo: un’allucinazione in un certo senso temperata, modesta, divisa (da un parte «non è qui», dall’altra «però ciò è effettivamente stato»): immagine folle, velata di reale.”

Roland Barthes, La camera chiara

Quando sono stata alla Reggia di Venaria di Torino in occasione della mostra fotografica A occhi aperti, costruita sull’omonimo libro di Mario Calabresi, ho ripensato a questa riflessione di Roland Barthes e alla sua innegabile veridicità. Guardando una fotografia, qualsiasi essa sia, non si può non pensare all’attimo che questa perpetua, alla storia che viene fissata sulla carta e che viene raccontata, come accade in ogni libro.
L’immagine catturata attraverso un rapido scatto è ancora più significativa se, fermando la storia, contribuisce a restituircela in tutta la sua parziale integrità e onestà.
“Andare a vedere, capire e testimoniare”. È così che Calabresi sintetizza il lavoro di quei fotografi che, attraverso i propri scatti, hanno cercato di perseguire questo obiettivo: Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin e Sebastião Salgado. Sono stati capaci di contaminarsi, cogliere l’attimo della storia e restituircela, anche quando i grandi cercavano di occultarla.
Attraverso un percorso scandito dalle interviste ai fotografi raccolte da Calabresi e dai loro scatti, lo spettatore è immerso in attimi intensi della storia mondiale: l’invasione sovietica di Praga raccontata dalle fotografie dell’“anonimo fotografo praghese” Josef Koudelka, il pianto di Jacqueline Kennedy immortalato da Elliott Erwitt al funerale del marito, la guerra del Vietnam condannata per la sua violenza da McCullin, il tragico attentato alle Torri gemelle rievocato in una struggente immagine di vita-morte da parte di Alex Webb, il saluto degli americani alla salma di Robert Kennedy nelle foto di Paul Fusco, la rivoluzione iraniana raccontata dagli scatti di Abbas, l’Iraq e il Giappone devastato dopo lo tsunami del 2011 nelle foto di Paolo Pellegrin e l’Africa di Sebastião Salgado.
Ad aprire la mostra sono le foto di Steve McCurry, considerato da molti un fotografo fin troppo famoso, eppure mai logoro o caduto nel “già visto”. Il colore è un punto di forza dei suoi scatti: non appena si entra nella prima sala si è pervasi dall’intensità cromatica delle sue fotografie, così “espressionistiche” da farmi ripensare ai quadri di Matisse.
Oltre al celebre Ritratto delle ragazza afghana la cui identità rimase sconosciuta fino al 2002, quando McCurry la ritrovò mamma e con il burqa, vi sono molti degli scatti realizzati in India, come quello che ritrae una madre e un bambino che chiedono l’elemosina, un nonno che parla con il nipotino e delle donne che si fanno scudo a vicenda durante una tempesta di sabbia nel deserto del Rajasthan.
Eppure, come si può leggere nei pannelli che accompagnano lo spettatore lungo la mostra e che rievocano a sprazzi le interviste realizzate da Calabresi, la fotografia più cara a McCurry non è una delle più note e ritrae un sarto che, durante la piena del monsone a Porbandar, un piccolo villaggio a nord di Mumbai, sta mettendo in salvo la cosa a lui più cara: una vecchia e arrugginita macchina da cucire. Grazie a questa foto McCurry racconta di aver capito che, per raccontare la storia, quella vera, bisognava guardarla da vicino e immergersi in essa concretamente, proprio come il sarto che aveva recuperato la sua macchina da cucire:

“Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente coinvolto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo.”

Le parole di McCurry sintetizzano lo spirito di tutti i fotoreporter presentati nella mostra e, credo sia questa la ragione per cui venga affidato proprio a lui il compito di aprire il percorso: non perché il più grande, bensì uno tra i più grandi, disposti a mettere in gioco tutto pur di testimoniare la verità.

Date e orari:
Dal 26 luglio 2014 all’8 febbraio 2015
martedì a venerdì: dalle ore 9 alle 17
sabato, domenica e festivi: dalle ore 9.30 alle 19.30

Ulteriori informazioni sul sito:
http://www.lavenaria.it/web/it/calendario/mostre/details/216-a-occhi-aperti.html

 


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