Trittico: Sade, duecento anni dopo – II pannello

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Inammissibile mostro e unico

 

Esaltando Sade, noi edulcoriamo il suo pensiero
– Georges Bataille

Nell’accostarsi a un fenomeno può essere utile scegliere preventivamente un arsenale di parole che siano in grado di reggere l’impatto del fenomeno stesso. Che parole scegliere per lavorare intorno al fenomeno Sade? Intorno a una delle figure la cui ammissione all’interno di un qualsiasi contesto o ordinamento, persino puramente letterario, è così problematica da non potersi considerare conclusa né in ultima analisi, probabilmente, concludibile? Forse la cosa più opportuna è fare leva esattamente su questa impossibilità e anziché tentare un’ammissione di Sade in un qualunque discorso, proclamarne apertamente l’inammissibilità incondizionata e, magari, di qui partire per un pensiero dell’inammissibilità tout-court, dato che, si sa, la filosofia ha bisogno dei suoi pensieri, e quello della differenza mi sembra per certi versi seriamente in difficoltà.

P. Cousturier -Napoleone getta nel fuoco un libro di Sade. 1885

P. Cousturier -Napoleone getta nel fuoco un libro di Sade. 1885

Inammissibile, dunque. Sade è inammissibile. E lo è non in relazione a un dato sistema morale, civile, politico, estetico, metafisico, epistemologico o altro; lo è punto. Sade non è conciliabile con nulla e il suoi libri vanno bruciati1. Sade non è, o per lo meno non in prima battuta e nella sua intenzione più genuina, la voce di una critica implicita nella terribilità della parola a dinamiche storico-sociali in avanzato stato di decomposizione e prossime, con la Rivoluzione francese, al collasso definitivo; né il portatore di istanze sostenibilmente libertarie, secondo una certa lettura, per altro comprensibile e in parte giustificata, ma di nuovo non completamente genuina, di matrice sessantottina; e meno che mai, come spesso invece si sente, l’araldo di una seria proposta etico-politica (o peggio ancora, estetica) che prevedrebbe la sostituzione della virtù col vizio per dare vita a una società autenticamente politica e al contempo autenticamente anarco-criminale (come sembrerebbe in effetti proporre il pamphlet Francesi ancora uno sforzo, inserito all’interno de La filosofia nel boudoir). Niente di tutto questo. L’inammissibilità di Sade non si lascia ridurre, e dunque ammettere, a alcun discorso che possa anche solo lontanamente apparire giustificatorio. Sade è inammissibile, e vuole restare tale.
Con ogni evidenza infatti la potenza verbale di Sade è freneticamente rivolta all’invenzione di immagini la cui mostruosa frontalità non permetta, o renda quantomeno difficile, la loro digestione. L’opera di Sade è interamente una pura invenzione di immagini di eccezionale e frontale mostruosità. Sade è un mostro. Se al giorno d’oggi quest’affermazione può sembrare dettata da una sensibilità impressionabile, bigotta e in ogni caso schiettamente demodé, dal momento che, grazie a Dio (o chi per lui), per lo meno in ambito intellettuale si è finalmente pervenuti, almeno in parte, alla proscrizione di ogni considerazione morale e annesso concetto di limite, è anche vero che: primo, come notava Georges Bataille2, è francamente impossibile giungere al termine della lettura de Le 120 giornate di Sodoma senza un marcato senso di malessere e disgusto per gli infiniti orrori compiaciutamente descritti nei minimi dettagli di cui l’opera esclusivamente si compone; e, secondo, questo garantisce l’inammissibilità di Sade anche nell’epoca in cui ogni limite alla dicibilità è scomparso e con esso, a rigore, ogni distinzione tra ammissibile e inammissibile.
sade22D’altronde, se si inserisce il discorso in una prospettiva più filologica, appare ancora più evidente tanto la mostruosità di Sade, che ne garantisce l’inammissibilità, quanto la sua ferma intenzione, la volontà assoluta di esserlo. Infatti se oggi l’ammissione di Sade, contrariamente alle sue intenzioni, ha fatto progressi, lo si deve a Sade stesso e al suo apporto, di potenza nucleare, a quel processo storico che ha portato a notevoli sviluppi nell’emancipazione del Pensiero da ogni vincolo. Ma prescindendo da questo processo, i cui inizi si possono situare intorno alla prima fase dell’illuminismo francese, e dunque appena precedenti alla vicenda storica dell’uomo-Sade, sarebbe fantascienza (nella misura in cui la storia è una scienza) pensare che, all’epoca in cui Sade scriveva, ci potesse essere qualcuno cui la frontalità di Sade risultasse altro che mostruosa. E Sade lo sapeva benissimo. D’altronde mi pare costante in ogni sua opera lo sforzo di dire sempre e solo l’indicibile e l’inaudito, di cercare meticolosamente l’immagine più mostruosa possibile, anche quando la cosa contrasta apertamente con ciò che potremmo chiamare “plausibilità erotica”: senza dubbio Sade è andato eccezionalmente avanti nell’esplorazione delle proprie possibilità sessuali, tuttavia mi sembra improbabile che per lui solo e esclusivamente gli atti più immediatamente rivoltanti (in senso squisitamente fisiologico) risultassero sessualmente appetibili. A questo proposito direi che Sade stesso dia un’indicazione, nella sua lettera alla moglie del 20 Febbraio 1781:

Sono un libertino, lo confesso; tutto ciò che è possibile concepire in un tal genere di cose, io l’ho concepito, ma non ho certo realizzato tutto ciò che ho immaginato e non lo realizzerò mai3.

Sade non è un semplice e, aggiungerei, innocuo pornografo. Ciò che interessa a Sade non è tanto l’espressione di pulsioni sessuali più o meno verosimili e lo sdoganamento di comportamenti licenziosi e, proprio per questo, ammissibili nel loro essere licenza rispetto a una data norma; e questo sembra essere confermato dal disprezzo che nutriva per il noto pornografo Restif de La Bretonne, che qualificava «uno scrittore da collane popolari e da puttane»4, il quale ricambia e accusa il nostro, guarda caso, di mostruosità. Ciò che interessa a Sade è la pura invenzione di immagini, la cui mostruosità sia tale da assicurare loro l’inammissibilità. Sade non è uno scrittore licenzioso proprio perché alle sue opere non è e non può essere concessa licenza, Sade è l’annientamento della licenziosità nel suo essere annientamento di ogni contesto o discorso in grado di erogare licenza a qualcosa.
Riferisce Luigi Baccolo5 che

In un suo saggio su Justine, Jean Paulhan suppone che, a un certo momento della sua vita, sia stato Sade stesso a desiderare di essere rinchiuso, ossia a comportarsi in modo da costringere gli altri a considerarlo quello che in realtà era: un diverso, un separato.

Al riguardo, sempre Baccolo commenta: «Non è un ipotesi paradossale.» Per come la vedo io, lungi dall’essere un’ipotesi paradossale, ha anzi dalla sua un certo grado di probabilità.
La scelta di considerare l’opera di Sade a partire dall’inammissibilità che il più delle volte gli è stata imputata, almeno all’infuori di gran parte dei tentativi di interpretazione, ci ha portato a riconoscere la sua ferma e parossistica intenzione di esserlo. Ma è proprio a questo punto, quando abbiamo univocamente stabilito la necessità di rimuovere definitivamente, senza se e senza ma, l’opera di Sade, che il suo significato, la sua intenzione più autentica ci si offre in tutta la sua portata. Sempre Baccolo:

E quando [Sade] capisce che le catene che lo stringono nessuno ha veramente intenzione di levargliele, la sua rivolta si esaspera e sempre più assume un atteggiamento di Capaneo, […] l’atteggiamento di Sade l’indomabile, l’irrecuperabile.

E, aggiungerei io, l’inammissibile appunto. Nella sua genialità, Sade si rende conto che l’insurrezione, la rivolta mirante a affermare la supremazia dell’Individuo su tutto ciò (lo Stato, la morale, l’Altro, ecc.) che non è lo stesso individuo, il tentativo di A di annientare tutto ciò che è ~A poiché per il fatto stesso di essere ~A gli si oppone ponendo limiti alla sua unicità; questa rivolta per essere autentica non può mai pervenire a un risultato, risolversi in un risultato e essere ammessa in esso, perché questo comporterebbe di nuovo la risoluzione dell’individuo in un sistema, certo determinato dall’atto insurrezionale dell’individuo, ma non per questo meno altro, e quindi opposto, all’individuo stesso. Se si fosse scarcerato Sade e gli si avesse detto: “prego monsieur, faccia pure tutto quello che vuole: abbiamo capito che ha ragione Lei e la Francia è diventata una Libera Repubblica”, ecco che Sade, «lo spirito più libero che sia esistito», sarebbe diventato all’istante acerrimo nemico di ogni libertarismo istituzionalizzato, e avrebbe rincarato la dose fino a costringere l’istituzione di turno, non meno pericolosa alla libertà (per il solo fatto di essere un’istituzione libertaria, cioè un controsenso) dell’ancien régime, a rincarcerarlo. Inverosimile? È esattamente quello che è successo in seguito alla rivoluzione. Sade, scarcerato e ammesso al consorzio umano, resistette a quella umiliazione meno di quattro anni: l’8 dicembre del 1793 è nuovamente incarcerato dopo essersi inimicato le ali più estreme facenti capo a Robespierre, a causa dei suoi, udite udite, atteggiamenti moderati. Parallelamente il gioco al rilancio messo in opera dai suoi scritti gli assicura la certificazione di inammissibilità anche da parte del neo-instaurato regime napoleonico, che il 3 aprile 1801 rinchiude definitivamente Sade in manicomio, garantendo così il successo della sua «insurrezione permanente»6.
Per quanto assurdo o paradossale possa suonare, Sade vuole essere rinchiuso alla Bastiglia, vuole che lo si seppellisca nella segreta più profonda, che si chiuda la porta con mille chiavistelli e che anche così la si guardi con terrore, perché solo questo è garanzia del successo di quell’atto insurrettivo, che è il senso ultimo e primo dell’opera di Sade.
In questo senso, si può dire che il significato autentico dell’opera di Sade non si trova nell’opera, perché è l’opera stessa: Sade è un autore che si può tranquillamente non leggere, purché si abbia sempre presente cosa ha scritto, e anzi la sua opera ha tanto più successo quanto più ci si rifiuta di leggerla e quanto meno, di conseguenza, la si legge, giudicandola appunto inammissibile.
Paradossalmente per disinnescare Sade, per neutralizzare il significato inaggirabile dei suoi scritti, bisognerebbe renderli obbligatori nei programmi scolastici, parlarne tranquillamente, citarlo spesso, avere una copia de Le 120 giornate di Sodoma sul comodino e leggerne brani ai bambini prima di dormire. Ma Sade sa che questo è impossibile, e che perciò l’eternità e il successo del suo gesto sono assicurati. E allora ogni volta che un’opera di Sade è stata gettata nel fuoco, accompagnata da sputi e insulti, è proprio lì che il suo trionfo è stato definitivo e totale.
È in questo senso che, penso, Sade si augura che il suo ricordo sparisca per sempre dalla memoria degli uomini; perché sa che finché la necessità della rimozione sua e della sua opera sarà avvertita dall’umanità come imprescindibile, la sua unicità sarà una presenza inscalfibile.

Ritratto immaginario di Sade

Ritratto immaginario di Sade

Il pannello I è qui.


1Cfr. Simone de Beauvoir, Dobbiamo bruciare Sade?, Milano: Iota libri, 1973.
2Georges Bataille, La letteratura e il male, Milano: SE, 1989.
3Cfr. D.A.F. de Sade, Lettere da Vincennes e dalla Bastiglia, Milano:SE, 2009, p. 112.
4Cfr. Ibid., p.157.
5Cfr. Ibid., p.206.
6Lanfranco Binni, Profilo storico-critico dell’opera, in: D.A.F. de Sade, La filosofia nel boudoir, Milano: Garzanti, 2004, p. XVII.

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