Leggermente fuori fuoco.

di Giancarlo Pace

Ma però (5)

Prima di iniziare a scrivere questo articolo, ho guardato a lungo le fotografie di Robert Capa. Sono difficili da quantificare. Ritraggono un’infinita diversità di soggetti: guerre, dolore, sangue, gioia e bellezza. Sia chiaro fin da subito che tutto quanto ho elencato, e molto altro, non compare in modo isolato in questa o quell’altra fotografia. No. In ogni foto di Capa c’è ogni cosa. Il bianco e il nero, come metafora di ogni contrario, emergono sulla pellicola impressionata e convivono come se l’inimmaginabile fosse assolutamente naturale.
Quando ho deciso di allontanare il mio sguardo dalle fotografie, ormai stanche di essere osservate, per mettermi davanti a un foglio bianco, ho compreso immediatamente che, con tutta probabilità, un giorno, una settimana o una vita intera non mi sarebbero stati sufficienti per dipingere con le parole ciò che Robert Capa riusciva a immortalare nell’istante esatto in cui le sue dita rilasciavano l’otturatore delle sue Contax. Così, assolutamente consapevole dell’impossibilità del compito, ho deciso di scriverne ugualmente perché le immagini e la vita di questo fotografo rappresentano una storia interessante e le storie interessanti meritano di essere raccontate, soprattutto questa: che ha inizio a Budapest il 22 ottobre del 1913 e finisce molti chilometri più a est, in un campo sperduto nel nord del Vietnam, 41 anni più tardi.

In realtà a nascere nella capitale ungherese non è Robert Capa ma Endre Friedmann. I genitori appartengono alla borghesia ebraica e il giovane Endre partecipa alle iniziative studentesche contro l’ammiraglio filofascista Miklòs Horthy, cosa che gli costa il suo primo arresto e l’invito a lasciare il paese in quanto personaggio non più gradito sul suolo ungherese.
È in questo modo che Endre Friedmann inizia a nutrire la propria attitudine di giramondo. Dopo aver studiato giornalismo a Berlino e aver imparato ad utilizzare la macchina fotografica per guadagnarsi da vivere, nel ’33 è costretto ad abbandonare la Germania; la storia fa il suo corso e il nazismo giunge fatalmente al potere.
Così Endre arriva a Parigi. Qui trova una città pullulante di intellettuali. Stringe amicizia con Henri Cartier-Bresson, David Seymour (entrambi successivamente faranno parte del leggendario gruppo Magnum) e Gerda Taro, affascinante ebrea tedesca. Le personalità di André (così Endre si fa chiamare a Parigi) e Gerda sono entrambe calamitiche, dunque è naturale che passi pochissimo tempo prima che tra i due nasca la relazione dalla quale avrà origine Robert Capa.
Robert Capa dunque nasce a Parigi nel 1936, già ventitreenne. La creazione di questo personaggio immaginario è dovuta alla necessità della coppia di vendere le fotografie realizzate dal giovane Endre Friedmann per potersi mantenere a Parigi. Il piano prevedeva che Gerda si recasse di redazione in redazione per vendere gli scatti di un celeberrimo fotoreporter americano: Robert Capa.
Le redazioni dei giornali, assolutamente desiderose di non perdere un’occasione del genere, pubblicano le foto, tessendone le lodi. Quando l’inganno viene scoperto è ormai tardi, Robert Capa da personaggio immaginario si è trasformato in un uomo in carne e ossa pronto per dimostrarsi all’altezza della fama che precedentemente era stata soltanto millantata.
Sempre nel ’36 si reca in Spagna, dove segue gli sviluppi della guerra civile spagnola in prima linea, immortalando la “Morte di un miliziano lealista”, fotografia che insieme alla Guernica di Pablo Picasso rappresenta l’immagine più fondante della memoria di quella guerra.

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Gli scatti di quel periodo sono tantissimi e tutti incredibilmente ravvicinati; il Picture Post definisce l’allora venticinquenne Robert “il più grande fotografo di guerra del mondo”, ma ancora la redazione del PP non poteva sapere che questo titolo, allora magniloquente, non solo sarebbe stato onorato dagli scatti che ancora dovevano prender forma, ma addirittura sarebbe successivamente apparso riduttivo.
Capa naviga nel bel mezzo di un mare martoriato da onde di dolore e non ne è immune, ma allo stesso tempo dai suoi rullini emerge una grande sensibilità: non esistono giudizi categorici, esistono uomini e donne che vivono situazioni difficili e quotidiane, ognuno con le proprie ragioni e le proprie paure.
Alla fine degli anni ’30 del ‘Novecento la situazione politica internazionale è sempre più complessa ma il fotografo ungherese è sempre presente. 10815973_10205255758457859_501258230_nNel ’38 è in Cina a documentare la resistenza all’esercito giapponese. Nel ’41 torna rocambolescamente in Europa, dopo un breve periodo negli States, a bordo di un convoglio attaccato per ben due volte dai sommergibili tedeschi. Ottiene un lasciapassare come membro della stampa prima per conto di Collier’s, poi per conto di nessuno e infine per Life. Si unisce all’esercito alleato e tra il ’42 e il ’43 si reca in Algeria dove si combatte contro l’esercito di Rommel. Da qui nel ’43 si reca in volo con i primi paracadutisti americani a lanciarsi sulla Sicilia ancora in mano ai fascisti, ma una volta tornato alla base militare, probabilmente non ancora del tutto appagato, parte con l’aereo successivo e dopo essersi fatto spiegare velocemente in che modo funzioni un paracadute decide di lanciarsi in piena notte, insieme a una piccola schiera di soldati. Ovviamente Robert Capa decide di renderci ancora più interessante la storia. Non atterra come tutti gli altri nel punto convenuto, ma rimane impigliato su un albero nel mezzo di un bosco per l’intera notte a una decina di metri d’altezza, stando attento a non fare rumore per non diventare facile bersaglio dell’esercito nemico. Una volta rimessi i piedi a terra partecipa alla liberazione di Palermo, venendo riconosciuto per le sue fattezze come un tipico siciliano emigrato a “Brukilin”. 10814253_10205255757057824_762819718_nL’avventura sull’isola continua piuttosto agevolmente e, conquistate le roccaforti più ostiche, Capa decide di unirsi alla 82a Divisione Paracadutisti per documentare l’ingresso degli alleati a Roma. La missione viene annullata poche ore prima del decollo, la resistenza tedesca è più ostica di quanto previsto. Decide, allora, di partecipare allo sbarco sull’Italia continentale. L’idea è di conquistare Salerno per poi raggiungere Napoli. La prospettiva è allettante, la realizzazione è tutta un’altra cosa. I chilometri che separano le due città si impregnano di sangue, le chiese diventano sale operatorie dove in continuazione arrivano giovani uomini in condizioni disperate. Capa è ancora una volta in prima linea, anche più avanti in realtà: trova uno spazio nelle rocce sopra il paese di Maiori, occupato dai tedeschi, e sopra di lui passano i poco gentili colpi di mortaio che i due eserciti si scambiano per l’intera notte, ma la fortuna, come è spesso accaduto, è ancora dalla sua parte.
Giunge a Napoli e qui scatta le foto che a suo dire costituiscono la “testimonianza più vera e sincera della vittoria”, ossia venti piccole bare costruite alla buona; dentro ci sono dei giovani liceali che hanno deciso di prender parte alla lotta contro i tedeschi. Dolore e orgoglio si mescolano nelle lacrime delle madri ritratte.
Superata Napoli, partecipa anche alla presa di Cassino. L’assalto è estenuante. La probabilità di essere uccisi è elevata, ma Capa è un giocatore di poker e sfida ancora la morte, le sue carte sono ancora una volta vincenti; lo stesso non si può dire per i soldati che nell’operazione stanno al suo fianco: alla fine restano soltanto labbra dischiuse incapaci di parlare. È l’orrore della guerra e allo stesso tempo l’ostinazione della vita. Capa torna a Londra, ha anche una donna che lo aspetta, ma non è né fortunato né troppo bravo a farsi amare.
10808342_10205255756577812_1279811323_nIl 6 giugno del 1944 è vicino e Capa non manca all’appuntamento con la storia. Quando gli propongono di partecipare al D-day gli viene data la possibilità di scegliere l’armata e il rischio.
“Il corrispondente di guerra mette in gioco la sua vita con le proprie mani, può puntare la posta su questo o su quel cavallo o rimettersi il denaro in tasca fino all’ultimo minuto. Sono un giocatore. Decisi pertanto di andare con la compagnia E nella prima ondata” affermerà nel suo libro Slightly out of focus.
Unico fotoreporter presente, parte nella notte con il reparto anfibi e giunge sulla spiaggia di Omaha alle prime luci. La fine della notte può celare un’altra fine imminente per chi è in guerra, e su quella spiaggia è così per moltissimi soldati. Della prima ondata muoiono tutti tranne due, uno è Capa, che, tornato sulla nave madre, entra in stato si shock e sviene. Dei rullini scattati sulla spiaggia si salvano solo otto fotografie: il tecnico della redazione londinese di Life, per la fretta di svilupparle sbaglia il processo di emulsione cancellandone 98.
Leggermente fuori fuoco.L’avanzata alleata continua, Capa torna in campo dopo appena due giorni e i villaggi francesi vengono conquistati uno per uno. Nei borghi, i tedeschi continuano a resistere. Nel frattempo Capa si è unito a “papà Hemingway”, che così chiama affettuosamente dai tempi della guerra civile spagnola durante la quale si conobbero. Far coesistere nello stello luogo Hemingway e Capa, capirete bene, è assai pericoloso, così i due, armati di bombe a mano e un piccolissimo manipolo di soldati decidono di attaccare i tedeschi dalla parte opposta alla quale l’esercito alleato sta bersagliando una cittadina. Capa rimane scettico fino all’ultimo sull’operazione, ma Hemingway col suo carisma insiste e lo convince. Lo scrittore americano rimane sotto tiro dei tedeschi per circa due ore in una buca che non gli copre del tutto il fondoschiena. L’arrivo dei rinforzi risolve la situazione. Tragicomicità. Hemingway accusò Capa di non aver fatto nulla per aiutarlo ma la discussione fu risolta con una cordiale bevuta.
Nell’agosto del ’44, Capa entra a Parigi con l’esercito francese, più volte al fianco del generale de Gaulle. Nella primavera del ’45, ormai dominatore dell’aria, si paracaduta ancora una volta. In questa occasione sul territorio tedesco per l’avanzata finale fino a Berlino. La guerra è finita.

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La vita di Capa continua fino al 1954 in modo non meno interessante. Effettua dei reportage in Europa orientale, allora blindata, poi ancora in Asia e Stati Uniti.
Intrattiene amicizie degne di essere trascritte in un elenco degli uomini illustri: Irwin Shaw, John Steinbeck, Pablo Picasso, Henri Matisse, Gary Cooper, Truman Capote solo per citarne alcuni. Intesse una storia d’amore con Ingrid Bergman per la quale si impegna a rimanere a Los Angeles per poi cedere, ancora una volta, al richiamo del mondo (a questa storia è probabilmente ispirato il personaggio di Rear Window di Alfred Hitchcock).
Quando, il 25 maggio del 1954, scattando una foto a una colonna di soldati francesi a Thai-Binh, posa il piede su una mina antiuomo, si spegne per sempre una leggenda. Muore l’occhio attraverso il quale il mondo ha conosciuto se stesso e le proprie debolezze. Termina la vita di un uomo che ha vinto ogni scommessa, eccetto l’ultima, lasciando in eredità un patrimonio di immagini impossibile da stimare per il suo valore.

Nella fotografia di Capa c’è ogni cosa. Ogni sentimento convive con grazia con il suo speculare. Gli scatti di Capa non sono soltanto dei fermo immagine di un tempo ormai passato. Sono vivi, mostrano le emozioni proprie dell’essere umano di fronte alla storia, gli accadimenti, le gioie. Le fotografie dei combattimenti non contengono più forza di quelle scattate sugli Champs-Elysees durante le celebrazioni di una Parigi liberata e sorridente. Così come i ritratti di uomini e donne dei quali non possiamo vedere altro che il volto non ci raccontano meno di una fotografia degli eserciti schierati o in lotta. Tutte le immagini hanno come ingrediente principale una grandissima dose di umanità, anche quando l’essere umano è terrorizzato, privo di vita o non compare affatto. Le fotografie di Capa sono leggibili come un libro del quale conosciamo i personaggi, mai del tutto bianchi o neri, come può apparire ad una superficiale osservazione.
Le storie che le immagini raccontano, le emozioni che ne vengono fuori non sono immobili come in uno scatto banale, sono in movimento, sono attuali, sono ancora in grado di emozionare perché in quelle foto ci siamo anche noi, il nostro passato.
E il passato, per quanto si potrebbe credere il contrario, non è mai totalmente trascorso; è un racconto che ci chiama, ci influenza, capace di modificare il presente e la nostra idea di futuro.
Per questo non lo si può fermare dentro ai bordi limitati di una fotografia qualunque, sarà sempre in leggero movimento.
Sarà sempre leggermente fuori fuoco.

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Leggermente fuori fuoco.

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