MARC CHAGALL. Quando vita e arte si incontrano.

di Gaia Scolari

Ma però (5)

“Troverai molte capre e uomini pollo”. Così mi avevano detto prima che andassi a vedere la retrospettiva su Marc Chagall, che fino al 1 febbraio 2015 resterà in esposizione a Milano presso il Palazzo Reale. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, questa frase coglie uno dei punti essenziali dell’opera del pittore, ovvero l’amore per la natura.
Parto da qui per mettere in luce uno dei lati più importanti di questa mostra: la sua fruibilità a più livelli. Non per niente le audioguide distribuite all’ingresso offrono sia un percorso per adulti che uno per bambini, e anche molte delle visite guidate sono dirette ai più piccoli. I quadri di Chagall, infatti, possono essere semplicemente guardati e apprezzati per i loro colori e soggetti, che spesso sono appunto animali o fiori. O al contrario ci si potrebbe soffermare ore su ogni quadro, su ogni singolo dettaglio, scoprendo tutti i significati metaforici, che sono presenti non solo nei soggetti, ma anche nei colori, che hanno un ruolo fondamentale per l’artista. Perché, come ci ricorda il depliant della mostra, per Chagall: “Tutti i colori sono gli amici dei loro vicini e gli amanti dei loro opposti”. Così il verde può significare malattia o speranza e il blu l’imminenza della morte.
Ma la lettura più interessante, o almeno la più coinvolgente, è quella legata alla vita del pittore. Chagall nasce nel 1887 a Vitebsk, paese dell’allora Impero Russo, da una famiglia di religione ebraica. A 19 anni comincia a studiare pittura, prima presso l’unico pittore di Vitebsk, Yehuda Pen, e poi all’Accademia Russa di Belle Arti a San Pietroburgo. Nel 1913 si trasferisce a Parigi, e l’anno successivo si sposa con la prima moglie, Bella. A questo punto, sono già presenti tutte le maggiori influenze che caratterizzano l’arte di Chagall: la cultura russa e quella ebraica, da cui derivano tutti i suoi maggiori simboli, come per esempio la capra, il gallo, l’asino, il suonatore di violino (figura presente nelle maggiori feste religiose ebraiche); l’influenza delle avanguardie francesi, come il cubismo e fauvismo, che egli seppe però elaborare in maniera originale; e infine l’amata figura della moglie, che ritorna in molti dei suoi quadri, prima e dopo la sua scomparsa. Bella, infatti, muore per ragioni non certe nel 1944, durante il soggiorno negli Stati Uniti, dove Chagall si era rifugiato durante la seconda Guerra Mondiale per scampare alla persecuzione degli ebrei. Quando nel ’49 si stabilisce in Provenza, il tema della morte – quella collettiva degli ebrei e quella singola della moglie – dominerà molte sue opere. Tuttavia il lato positivo della sua arte non muore, e riprende nuova forza grazie sia alla sua collaborazione col teatro per la creazione di scenografie, ma anche al nuovo matrimonio con Valentina Brodsky nel 1952.
La mostra ha il merito di approfondire questi e molti altri aspetti della vista di Chagall, come solo i suoi quadri, e non le parole, possono fare. Questo è stato possibile grazie a 220 opere di varia provenienza: quadri provenienti da musei quali il MoMa, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Washington, il Museo Nazionale Russo di San Pietroburgo, il Centre Pompidou; ma anche da numerose collezioni private, con opere a volte mai esposte prima.
“Marc Chagall. Una retrospettiva 1908 – 1985” questo il titolo ufficiale della mostra, che dà l’idea dell’intenzione di ripercorrere la vita del pittore insieme alle sue opere (che sono infatti esposte in ordine cronologico), ma è forse troppo freddo per invogliare alla visita chi non conosce a fondo l’artista. E invece sta qui la forza di Chagall: se non tutti, molti possono entrare nel suo universo. Perché i suoi quadri parlano, in modi diversi, a ognuno di noi.


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