12parole7pentimenti

Uno spettacolo di cui è impossibile pentirsidi Jolanda Di Virgilio

Ma però (4)

Milano. E’ un caldo pomeriggio d’ottobre e io mi dirigo verso il Teatro I.
Arrivo in un giovane teatro, dove si respira aria fresca e frizzante, pieno com’è di iniziative culturali di ogni tipo. Siamo in pochi, pochi privilegiati spettatori, tutti accalcati nel foyer, l’ingresso del teatro, dove si banchetta allegramente con birra, torte rustiche e dolcetti. Sguscio tra una persona e un’altra per farmi spazio, cercando di intrufolarmi nella sala per prendere posto. Quando la mia mano sfiora la porta per aprirla, un ragazzo dietro di me mi blocca: no, lo spettacolo non si svolgerà qui. Lo spettacolo è in città.
Scambio occhiate veloci con i miei vicini. Alcuni lo sapevano, altri no. Io non lo sapevo, e sono felice di essere sorpresa con questa originale novità.
Improvvisamente il portone del teatro si chiude.
Le luci si spengono e inizia il countdown.
Sul muro vengono proiettate confuse immagini di città, scale mobili, matrimoni, vacanze al mare, funerali, aeroporti…
Un montaggio di stralci di vita: storie di altri che andranno a disegnare la nostra storia.
Ci dividono in piccoli gruppetti intimi, da quattro persone, e ci accompagnano silenziosamente fuori dal teatro.
Di fronte a noi troviamo un’auto, su cui ci invitano a salire. All’interno ci aspettano quattro paia di cuffie, una per ciascuno di noi, che le appoggiamo, un po’ timidi e titubanti, sulle nostre orecchie.
Prende così inizio il nostro itinerario, che ha suoni e voce, ma non ha forma.
Aspettiamo.
La nostra storia comincia dall’infanzia, con l’antica melodia delle fiabe sonore.
Ma è solo una piccola parentesi aurorale di toni di favola.
Poi inizia la storia vera. La storia di uomini e donne reali.
Ascoltiamo conversazioni rubate, dialoghi di individui comuni che la regista Rubidori Manshfat ha registrato a tradimento, rimontandoli in quattro tracce sonore, quattro temi (Morte, Denaro, Sesso, Amore), che sono appunto l’ossatura di tutto lo spettacolo.
La strada che dobbiamo percorrere è disegnata su una semplice mappa, che ci è stata fornita all’inizio.
Seguendo le indicazioni tracciate ci muoviamo meravigliati tra le vie della città: ci ritroviamo in una trattoria, in un’enoteca di legno, in un veterinario azzurro. Ascoltatori indiscreti delle vite degli altri, spiamo storie origliate di nascosto che, dopo tutto, non sono così lontane dalle nostre. In qualche modo, tra tutte quelle voci che si accavallano, riusciamo a distinguere la nostra sagoma.
Impresse in quelle tracce ci sono pensieri, amori, eccitazioni, illusioni, inganni, fantasie erotiche, dolori, pentimenti, parole. C’è chi soffre per la morte di un figlio, chi ricorda un amore antico, chi invidia la ricchezza altrui, chi si lamenta della monotonia del sesso…
Nel finale si riconferma il ruolo dello spettatore come protagonista attivo di tutto lo spettacolo.
Ci troviamo in una piccola stanza nera e la regista chiede ad ognuno di scegliere uno dei temi ascoltati. “Soltanto uno”, ci spiega, “nella vita si sceglie una cosa sola”.
Io scelgo il mio finale, e metto per l’ultima volta le cuffie intorno alla testa.
Questa volta non risuonano voci strappate a una quotidianità altrui. Questa volta la voce è quella della regista, la sua parola contro le migliaia di parole passate. E’ una parola calma, leggera, onirica, come “la luce che entra dalle fessure delle serrande, il vino e le coperte”.
Una parola dolce che sigilla con un lieto fine la mia storia.
L’ultimo ricordo dello spettacolo è lo spettacolo stesso, imprigionato in una chiavetta usb, piccolo omaggio generoso che la regista regala ad ogni spettatore.
A chi gira un po’ per teatri questo spettacolo può ricordare, non troppo vagamente, l’installazione dei Rimini Protokoll, che proprio in questo mese d’ottobre è transitata per Milano. Sono entrambe realizzazioni di una nuova forma di teatro, che non rompe ma oltrepassa e frantuma la quarta parete, diventando tutt’uno con lo spettatore che è soggetto attivo e non più passivo. E’ un teatro innovativo, itinerante, cannibale, che vuole mangiarsi la città.
Un teatro originale che abolisce poltroncine rosse e palcoscenici e prende una forma diversa, quella della “parola liquida”.
Non ci sono attori, spettatori, drammaturgia e luogo teatrale -almeno nel senso canonico del termine-, lo spettacolo diventa la nostra vita reale, perché si svolge in noi e attraverso di noi.
Sono spettacoli che rinunciano alla classica finzione teatrale e che abdicano alla tradizionale categoria del verosimile artistico, preferendogli la realtà così com’è, nuda e cruda.
Credo che questa scelta parta da un’idea solidale per cui ci si possa identificare nell’ascolto della vita dell’altro, dalla convinzione che uomo è umanità. I temi proposti dall’autrice di 12parole7pentimenti non sono altro che i punti cardinali secondo cui si orienta la vita di tutti gli uomini. Tutti, in un certo senso, banali e ripetitivi, pronti a riconoscersi nella replica, e a ritrovare l’impronta della propria vita in quella degli altri.


One thought on “12parole7pentimenti

  1. L’articolo è estremamente interessante e il resoconto dell’esperienza vissuta coinvolgente. i passaggi danno spazio sia alle emozioni che alle riflessioni, mi è davvero piaciuto!

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