Piccole capitali crescono. Oppure no.

di Samuela Serri

Ma però (3)

Monza è una città per cui occorre alzarsi presto. Questo perché, se ci andate nel fine settimana, è generalmente invasa da orde di passeggiatori, su e giù lungo via Carlo Alberto, che vi impediranno di vedere qualsiasi cosa. Per cui alzatevi presto al mattino o rinunciate alla pennica pomeridiana e approfittate di queste poche ore di assoluto silenzio e deserto.

Monza è una città monarchica, diceva qualcuno. Io dico che è una città borghese, ricca e grassottella, e se ne vanta. Tutte le volte che ci vado scendo davanti al teatro Manzoni, che ha quel senso di inquietudine e tristezza di tutti i teatri quando sono chiusi, e mi dirigo decisamente in piazzale Trento e Trieste. Supero il gioiello trecentesco di Santa Maria in Strada. Fin qui tutto normale, potrebbe essere una qualunque città di provincia (se non fosse che anche la provincia italiana è splendida). Sulla sinistra un enorme monumento ai caduti in stile vagamente fascista, tutto un profluvio di café e localini e, sulla via Italia, un’infilata di negozi di grandi marchi, con le sigle a lettere lucide e dorate in alto o stampigliate sulle vetrine. I manichini ciechi e muti dai colori pastello e dai tagli costosi sostano immobili.
Ma Monza è una città per chi ama i particolari. Forse anche una città per chi si accontenta di poco. È un deserto dove le architetture si innalzano silenziose e in solitudine, e sembrano non aver niente da dire.

Monarchica tuttavia è un buon aggettivo. Se qualcuno si chiedesse perché oggi non siamo a Milano, la risposta è semplice: stiamo andando alla Villa Reale. Che è poi sempre la mia meta quando vengo qui: perché per andare alla Villa Reale si attraversa una buona fetta del centro cittadino. La Villa Reale di Monza è la prima residenza di reali ad essere costruita nella zona: quando ancora era la Villa Arciducale e ci abitava il figlio di Maria Teresa d’Austria. La cosiddetta Villa Reale di Milano invece è in origine una residenza privata, poi acquistata dal Regno d’Italia istituito da Napoleone. Mentre da sempre Monza è stata la capitale di un regno, dai longobardi di Teodolinda a scendere giù giù fino ai Savoia. È sempre stata anche una specie di luogo di villeggiatura, di “campagna”, rispetto al centro milanese.

La regina Teodolinda scelse questo luogo, piacevole e salubre, sulla riva del fiume Lambro, come sua residenza estiva e come punto di partenza delle campagne di evangelizzazione. Medioevo, barbarie e cristianesimo hanno lasciato tracce evidenti nel profilo (come si dirà skyline per le città senza grattacieli?) della città: innanzitutto il Tesoro del Museo del Duomo (la celebre chioccia d’oro coi pulcini, la corona votiva di Teodolinda, la croce di Agilulfo, le legature di diversi evangeliari…) tutto donato alla chiesa per renderla il centro più importante della propulsione cattolica. Tesoro che merita almeno una visita e tutto il prezzo del biglietto, e non abbiamo ancora menzionato l’oggetto cult: la Corona Ferrea (si paga addirittura un biglietto a parte per vederla). La Corona, che la leggenda vuole porti fuso all’interno uno dei chiodi della croce del Cristo, non è “ferrea” per niente: è uno dei capolavori dell’oreficeria longobarda e milanese. Oltre a tutto ciò altri splendidi pezzi vengono dal cosiddetto “lascito di Berengario”: re d’Italia dall’888, donò alla chiesa, fra le altre cose, la Croce del regno, altro sbalorditivo pezzo di oreficeria, e il famoso Dittico di Stilicone, in avorio. Il Duomo stesso poi è un piccolo compendio di Medioevo: fondato come Chiesa dedicata a S. Giovanni già dalla fine del VI secolo, fu portato alla sua forma attuale da diversi interventi: il più significativo fu quello trecentesco, che lo dotò della facciata attuale, con tutto il suo merletto marmoreo e il grande rosone. Dentro poi non potete perdervi la cappella di Teodolinda (appunto) e i suoi affreschi, uno dei maggiori esempi del gotico internazionale (è in restauro da circa cinque anni, ma potete provare a sbirciare fra un telo e l’altro), e la grande parete affrescata da un giovanissimo Arcimboldo raffigurante l’Albero di Jesse.

Poco monarchico, ma sempre legato al potere, è l’Arengario: simbolo del comune trecentesco, costruito in stile gotico. Ecco un altro legame con Milano: il porticato inferiore, usato come mercato, si ispira alla di poco precedente piazza dei Mercanti. Inoltre il restauro conservativo che lo ha interessato nel 1890 è opera di Luca Beltrami, uno dei colossi dell’architettura milanese. Molto monarchica invece è la toponomastica: l’asse viario che attraversa la città in entrambi i sensi è costituito dalle vie Italia, Vittorio Emanuele II, Carlo Alberto. Mentre usciamo dal poligono “storico” del centro cittadino e ci avviamo lungo viale Regina Margherita, imbattendoci nella statua del re Umberto I, facciamo un’altra simpatica scoperta: la strada che taglia in due il primo “cuneo” del parco si chiama passeggiata Eugenio di Beauharnais. Una persecuzione.

Finalmente alla Villa. Da poco riaperta, tuttavia stavolta non mi avrà: il biglietto d’ingresso costa uno sproposito. Rimandato. Mi dedico alla visita dei giardini: il Parco Reale, con i suoi settecentocinquanta ettari, è il più vasto giardino cintato d’Europa. Questo è il vero luogo di residenza dei reali fino al 1900: quando Umberto I sarà assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci.
Bisogna dire che vedere entrambe le facciate della villa e i corpi laterali tutti rimessi a nuovo è una delizia per gli occhi. La costruzione, opera del Piermarini (l’architetto della Scala!), fu portata a termine in soli tre anni (1777-1780). Si tratta di un vero gioiello del Neoclassicismo italiano. È poi anche un piacevolissimo parco in senso moderno: con sul davanti un grande prato che lascia spaziare lo sguardo e una parte di giardini più specificamente “all’inglese”, comprende un territorio vastissimo che non ho mai esplorato del tutto. Già dalla nascita il Parco vuole essere più grande di quello di Versailles (già di 200 ettari): ingloba tutta una serie di strutture esistenti, campi e cascine, e oggi è un vero e proprio parco naturale dove si può fare sport, passeggiare, e che ospita anche qualche monumentale opera d’arte (la Voliera per umani di Giuliano Mauri). No, io farò solo un giro per i giardini: dove al tempietto di ispirazione classica e alla torretta gotica si mescolano il laghetto dei cigni, le grotte e le cascate tipiche dell’ispirazione inglese.

Per quello che riguarda il tempietto, che sul sito ufficiale della reggia è definito “in fase di recupero”, ci aspetteremmo un po’ di attenzione in più: il luogo nasce per volontà del Piermarini come belvedere e oggi invece mostra qualche segno di sfacelo. Non mi consola neanche vedere che è sovente scelto come set fotografico dei selfies delle quattordicenni.
Monza è stata a lungo una piccola capitale, poi a lungo un luogo di loisir, poi più nulla. L’attenzione un po’ revanscistica di cui è stata oggetto in questi anni non le ha giovato. La Brianza, così efficacemente descritta in alcune pagine di Gadda, è da sempre una regione produttiva, di artigiani e lavoratori. Forse sarebbe bene cominciare a considerarla valida anche dal punto di vista artistico, e sarebbe una bella indipendenza da conquistare.

Metafisica tuttavia potrebbe essere un altro buon aggettivo per la città (ma forse questo deriva dalla mia abitudine a recarmici in orari sconsiderati). Le sue vie e le sue piazze vuote mi danno sempre un senso di irrealtà, di trascendenza. L’architettura sembra parlare da sé. La meravigliosa facciata a vento del Duomo sembra parlare da sé. Come un palcoscenico vuoto e muto da popolare di volta in volta di storie nuove.

Infine, non possiamo non parlare dell’Autodromo. A Monza c’è anche questo.

P.S.: Quando sono andata io in città c’era la festa degli alpini, per questo le foto risultano un po’ “sporcate” dai vari allestimenti per la manifestazione. Voi andateci in una di quelle giornate invernali fredde e lucidissime, e la vedrete galleggiare sullo sfondo azzurro, aerea e perfetta nella sua solidità.

Per info sulle visite alla Villa Reale di Monza e alle mostre del Serrone (al momento c’è De Chirico): http://www.reggiadimonza.it/

Come arrivare da Milano: in auto: tramite Viale Zara, Via Fulvio Testi, Viale Brianza, Viale Lombardia, Rondò dei Pini e siete alla Villa Reale: di lì al centro sono pochi minuti a piedi. In pratica seguite la toponomastica autocelebrativa e siete arrivati.

Coi mezzi pubblici: dalla stazione di Porta Garibaldi parte, a frequenza molto ravvicinata, un trenino che percorre proprio questa tratta (la prima su cui mai sia corso un treno a Milano!); ci vogliono circa 15 minuti per arrivare. La stazione è in centro a Monza, siete a pochi passi da tutto. Tenete conto che anche i treni per Lecco fermano a Monza.

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One thought on “Piccole capitali crescono. Oppure no.

  1. Quanta nostalgia!! E quanto bene hai descritto la città che mi tornava alla memoria passo passo percorrendola insieme alle tue parole! Mi ha accompagnata per molti anni della mia vita e riviverla oggi, dopo tanto tempo, ha portato un po’ di luce in questa giornata uggiosa.

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