“La capitale delle scimmie”? Forse no.

di Elisa Saporiti

Ma però (8)

L’idea di fare tappa a Bruxelles durante il viaggio in Belgio di quest’estate non mi entusiasmava più di tanto. I luoghi comuni del “che cosa ci sarà mai da vedere?” e del “in una giornata la si visita facilmente” avevano contagiato anche me. Così, durante la consueta programmazione dell’itinerario, la scelta è stata di riservare alla visita di Bruxelles due giorni, non uno di più.
Come potrete intuire, mi sono dovuta ricredere: infatti, il suo essere caotica, di difficile lettura e in costante antitesi con se stessa mi ha piacevolmente affascinata.
Avendo a disposizione pochi giorni, ho preferito concentrare la mia visita su quello che definirei centro “storico”. Dico “storico”, perché, dal mio punto di vista, parlare di centro storico in relazione a questa città è piuttosto azzardato: infatti, bastano pochi passi al di fuori della Grand’ Place e da qualche via circostante, che tutto sembra cozzare. Le vie non sono mai l’una uguale all’altra e sono segnate da una dissonante alternanza tra diktat storico e moderno tale da testimoniare come il passaggio al rango di capitale europea non l’abbia certo risparmiata. Bruxelles mi è parsa da subito una città dalle molte anime ed è stata proprio questa sua polimorfia a disorientarmi e a stupirmi allo stesso tempo: architettura, arte, fumetto e birra in un pastiche variegato che assume, nonostante tutto, una sua organicità. Ma andiamo con ordine!

Il fulcro dell’attenzione turistica è sicuramente la famosa Grand’ Place, forse una delle piazze più belle che io abbia mai visto. I palazzi delle corporazioni che ne delimitano il perimetro sono stati costruiti in epoche diverse, ma mantenendo per tutti un unico modulo rinascimentale. Ognuno di questi è contraddistinto da un nome diverso che richiama un dettaglio decorativo presente sulla facciata o l’attività alla quale il palazzo era adibito: sentirete, dunque, parlare di Casa della stella, Casa del cigno, Casa dei Birrai e via dicendo. I palazzi più caratteristici sono lo Stadhuis, cioè il Municipio, che domina il lato sud della piazza, e la Maison du Roi, che contrariamente a quanto indica il suo nome, non fu mai né residenza né ufficio reale, bensì fu eretta come mercato del pane (infatti oggi si è soliti ricordarla più come Casa del pane che come Casa del re).
Poco distante dalla Grand’ Place si trova un altro esempio dell’affastellata evoluzione di questa città: tra l’Îlot Sacré, il quartiere tradizionale caratterizzato da vecchie case sei-settecentesche, e le vie più commerciali e trafficate si aprono “La capitale delle scimmie”? Forse no.le Galereis Royales St-Hubert, tipico esempio di art nouveau. In un attimo, si è calati in quell’atmosfera architettonica di fine ‘800, fatta di colori, linee sinuose e luminosità, che si ottengono dalla lavorazione di materiali come ferro battuto e vetro, di cui questo passage è interamente ricoperto. L’art nouveau ha lasciato a sprazzi un segno visibile anche in altre zone di Bruxelles, dalle più centrali a quelle più periferiche: l’Old England, il Cinéma Pathé Palace, la Maison Autrque di Victor Horta sono solo alcuni degli edifici che testimoniano la presenza di questo movimento artistico nella capitale belga. Del costante gioco di contrasti che dominano la città quello che ha suscitato in me una sensazione disarmante è stato il “paradosso” della Cattedrale: arroccata tra edifici moderni e di lavoro, la Cathédrale des Saint Michel et Gudule sembra essersi arenata per errore in un punto qualsiasi della città. Ricorda Notre Dame a Parigi per l’architettura e lo stile, ma non per l’atmosfera: estranea a tutto ciò che la circonda, nonostante la sua imponente mole, passa inosservata agli occhi dei turisti più distratti.
A chi sostiene che a Bruxelles non ci sia molto da vedere in quanto a patrimonio pittorico consiglio una capatina al Mont des Art, il quartiere che si sviluppa nei pressi di Palais Royale, in cui si trovano i musei dedicati alle grandi collezioni d’arte antica e moderna (soprattutto fiamminga) e il nuovo vanto della città, il Museo Magritte, aperto nel 2009. Certo, non aspettatevi di trovarvi di fronte a opere di rinomata fama, ma spesso anche un passato pittorico meno noto può essere uno spunto interessante per comprendere meglio la cultura e la storia dell’arte di un paese. Ma Bruxelles non offre solo un patrimonio artistico istituzionale, bensì anche uno più immediato e irriverente, rappresentato dalla street art, il cui soggetto privilegiato è il fumetto. Passeggiando per la città è facile avvistare sui muri degli edifici, anche di quelli più antichi, personaggi dei fumetti come Tintin, Asterix e Lucky Luke.
Un’ottima tappa per riprendere fiato (e perché no, gustare anche uno dei cibi tipici della tradizione belga, le patatine fritte) è sicuramente Place de l’Albertine: qui lo squadrato ordine dei giardini restituisce un po’ di sollievo al turista sottoposto alle molteplici alterazioni e trasformazioni della città. Eppure basta uno sguardo un po’ più vigile per notare un’altra antitesi: nei pressi della piazza, infatti, esattamente l’uno di fronte all’altro, sorgono il modernissimo Square, la sede dei congressi di Bruxelles, un cubo di vetro che, con la sua trasparenza, esalta le ramificazioni interne di acciaio, e l’Albertine, Biblioteca Reale, splendido esempio di monumentalità neoclassica. E così, ancora una volta, la città mostra la sua ritrovata capacità di armonizzare gli opposti.

Anche in relazione alla gastronomia non possiamo non notare lo squilibrio: dalle raffinate praline e dalle gustose moules alle patatine fritte mangiate per strada sorseggiando una birra, rigorosamente belga. È soprattutto quest’ultima l’attrazione culinaria prediletta dai più (e come dargli torto?): la città è disseminata da beer shop ed è davvero difficile resistere alla tentazione. Se, però, volete evitare la calca che si crea in questi negozietti di indiscussa attrazione e sperimentare sapori non convenzionali, vi consiglio vivamente un salto alla Brasserie Cantillon, un birrificio a gestione familiare che produce la Lambic, la birra a fermentazione spontanea dal gusto acido e insolito.
È stato difficile sintetizzare l’identità di Bruxelles in poche righe: ho volutamente tralasciato il Manneken Pis, simbolo del Belgio, l’Atomium, lascito dell’Esposizione Universale del 1958, il Parlamento europeo e i boulevard periferici, preferendo restituire attraverso un altro squarcio della città le sensazioni contrastanti che ho provato nel visitarla.
In una raccolta di riflessioni sulla città, rimasta incompiuta, Baudelaire ha definito Bruxelles La capitale delle scimmie, per il suo essere una copia disorganica e affastellata della cultura, dell’architettura e del modus vivendi dei francesi.
A distanza d’anni, vi ho ritrovato anche io quest’essenza “scimmiottesca” e primitiva di disordine e caos, che, nonostante tutto, riesce a restituirle un’incomprensibile ragion d’essere.

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One thought on ““La capitale delle scimmie”? Forse no.

  1. Sempre belli i resoconti dei viaggi. E sempre interessanti e graditi i commenti e le sensazioni e le emozioni vissute. Ottimo stimolo per chi vuole conoscere di più o meglio i luoghi del nostro vivere. Grazie!

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