Un giorno devi andare

di Veronica Galli

Ma però (10)

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«Un giorno senti che devi cambiare vita, che non puoi più stare dove stavi, che devi andare, devi essere, devi sperare». Mentre Augusta alias Jasmine Trinca scivola sul fiume a bordo di una barca dai colori chiari, queste parole sono lo schiaffo al contempo violento e delicato che Giorgio Diritti dà al suo pubblico con il lungometraggio del 2013 dal titolo, appunto, Un giorno devi andare.Augusta è partita verso i confini del mondo nel tentativo di sottrarsi al dolore di un matrimonio sfasciato da una gravidanza mai portata a termine; come annota sul suo diario, però, rimarginare quella ferita le è impossibile perché, ovunque lei guardi, il dolore è lì, dentro di lei.

Partita a fianco di una suora impegnata nell’evangelizzazione delle popolazioni locali, Augusta decide di proseguire da sola, non condividendo i metodi e gli scopi della sua compagna di viaggio. Nella sua personalissima ricerca di Dio, la protagonista decide laicamente di «essere terra, terra con la terra» e, per riuscire a realizzare il suo scopo, perché la terra «dia frutti», Augusta sente di doversi necessariamente dimenticare di Dio e di dover viaggiare, per cambiare le cose, là dove le cose devono essere cambiate.

10318754_10152458587624203_195621974_nAccolta nell’Amazonas da una famiglia immersa nelle favelas, la protagonista sembra procedere nel suo viaggio, dimenticandone lo scopo iniziale e cercando di intraprendere una nuova strada: non più la fuga dal dolore ma la riscoperta di altri valori. Augusta guarda alla vita delle favelas con uno sguardo prima timido e attonito ma poi subito colmo di ammirazione per una comunità e un’umanità che sono ancora capaci di meravigliarsi e di raccogliere da terra i detriti di una baracca che si è sfasciata sulle rive del fiume, per ricominciare a costruire.
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La vita delle baraccopoli e il senso di comunità che Diritti non rinuncia mai a raccontare estrarranno da macerie di dolore e di rancore la fiducia che – nei confronti di questa umanità – Augusta ha saputo ancora conservare. Sarà il lutto di un’amica incontrata proprio in questa seconda tappa del suo viaggio a spingerla ancora oltre, fino ad un’isola semideserta in cui, immersa nel silenzio della vegetazione e dell’acqua che la circonda, davvero terra con la terra, Augusta cercherà di restare in ascolto di Dio, della natura e di se stessa.

Un giorno devi andare potrebbe essere ricondotto al più semplice dei tòpoi: il viaggio come ricerca di sé, come risposta alle nostre domande, come percorso interiore. E sì, il viaggio di Augusta è una fuga estrema, un esilio ai confini del mondo e della civiltà in cui è cresciuta, un antidoto al dolore. In questo suo sottrarsi al dolore, però, Augusta comprende il valore stesso di questo male, la potenza di una ferita che ha saputo spingerla in Brasile, poi nelle Amazonas, poi su un’isola semideserta in cui, non ci è dato di capire se sia sogno o realtà, finalmente questo dolore può dare i suoi frutti. Non una ferita rimarginata, non un semplice rialzarsi da una caduta, ma la reazione alla scossa che questo male le ha provocato, il riconoscimento del bisogno di un viaggio che non la porterà necessariamente da qualche parte e che non guarirà nessuna ferita. Semplicemente, l’accettazione del fatto che un giorno si deve andare, si deve essere, e, soprattutto, si deve sperare.

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