Cambiare direzione – Un resoconto del primo festival teatrale under30 a Gualtieri

di Anna Cingi

Ma però (4)

“…Per impiegare la gioventù di questa giurisdizione in onesti divertimenti e per istruirla e renderla vantaggiosa e liberarla dall’ozio in certi tempi dell’anno e far nascere tra questa una profittevole emulazione.”
Delibera del Consiglio Comunale di Gualtieri che approva la fondazione del Teatro, 1775

I. QUALE TEATRO?

Del Teatro Sociale di Gualtieri io me ne sono innamorata a distanza, in fotografia, come gli emigranti del secolo scorso: era bellissimo, proprio in mezzo a quella pianura di cui conoscevo la nebbia e il dialetto; io ero già lontana alle prese con la grande città, e lo guardavo sulle pagine di una rivista.
Questo per dire in anticipo che sono di parte, perché si dica quello che si vuole ma al cuore non si comanda.

Pure scavalcando i giudizi personali, tuttavia, il TS non è un teatro come tanti, e merita una presentazione (per i tiepidi e gli scettici cronici, comunque, raccomando una visita di persona e/o un’occhiata al sito).
Siamo in un paesino emiliano, in provincia di Reggio, in un territorio che è stato palude, ha subito inondazioni e, più recentemente, il terremoto che sappiamo. Un paese resistente, con l’aria spessa della bassa pianura padana, zanzare a nugoli, e in mezzo una piazza cinquecentesca che sbalordisce.
Qui era nato per la prima volta nel 1775 un piccolo teatro barocco in legno, innestato nella struttura del Palazzo rinascimentale, e per più di un secolo era rimasto in attività, fino alla fine dell’800. Nel 1905, per la ristrutturazione, l’ampliamento e la riapertura, su iniziativa dell’amministrazione comunale si fondava la Società Teatrale: il Teatro diventava così Sociale, essendo co-finanziato e gestito dai palchettisti, cioè dal pubblico. Raccogliendo gente di ogni estrazione da tutta la zona, questo piccolo gigante attraversava così il primo e il secondo dopoguerra accogliendo feste, opera, prosa e, dagli anni ’30, anche la pellicola cinematografica. Ma, come per tanti teatri di provincia, i decenni ’60 e ’70 furono quasi una condanna; man mano rimase solo il cinema, poi il cinema a luci rosse, poi niente.

Nel 2005, cent’anni dopo la fondazione della Società Teatrale, un gruppo di ragazzi appena ventenni entrava in quello spazio dimenticato. Immagino cosa si siano trovati davanti: il tempo e la polvere depositati sul ferro di cavallo dei palchetti degli spettatori, sui loro stucchi e le ghirlande dipinte di verde pastello, i velluti rossi, le colonnette. La platea che degradava improvvisamente nel grande vuoto del palcoscenico, sventrato trent’anni prima negli ultimi lavori di consolidamento; sopra ad esso, lo spazio che esplodeva, slabbrato nell’assenza di quinte, boccascena, telette e fondali, come se il teatro si allargasse in un respiro e non si chiudesse se non in un immenso arco a sesto acuto; in cima, la vecchia graticcia di legno.
(Increduli? Curiosi? Eccolo ora.)
Il TS di oggi nasce allora con un’occupazione, “ma non una con due K”. Il comune poco a poco accetta di assecondare questo progetto ai limiti dell’utopia; i ragazzi cercano fondi, programmano le prime rassegne, avviano un restauro del teatro che ne rispetti il carattere e la storicità. Dal 2011, poi, il cantiere si apre a coinvolgere volontari del pubblico nei lavori, abbracciando in un modo del tutto inedito la vocazione sociale del secolo prima.
Non si può cercare di ritornare al teatro di inizio Novecento, tanto più che il palco non verrà mai ricostruito: è un teatro dalla pelle vecchia e dall’anima contemporanea, instabile, versatile.
È, soprattutto, un teatro al contrario: si entra dal fondo, ci si siede tra i muri crudi dell’ex palcoscenico, si recita in platea. Disorienta, risveglia.

Bello pensare che dei ventenni prendano l’iniziativa, si ritaglino uno spazio, coltivino qualcosa di abbandonato fino a renderlo un centro attivo di cultura e a vincere, otto anni dopo, il Premio dell’Associazione Nazionale Critici Teatrali.
Bello pensarlo soprattutto quando siamo tentati di specchiarci in una generazione anemica, marginalizzata, troppo spesso e troppo presto cinica. Quando quasi ci siamo convinti che essere giovani sia soltanto un limite e non anche una carica di energia, una responsabilità, una quantità di entusiasmo da investire. Ma qui entra in gioco il festival.

II. QUALE FESTIVAL?

“Non si tratta di chiudere fuori dalla porta i canuti, i brizzolati, i tinti, gli agèe o chi sia nato prima del 1984…Si tratta di cercare un’occasione per tentare di aprirla, la porta, a coloro che sino ad oggi non hanno avuto alcuna possibilità di varcarla.”
Con Direction under30, il TS si rivolge a quella categoria per impiegare la quale, trecento anni fa, era stato fondato. Lo fa però da pari a pari, è mutuo soccorso più che un aiuto dall’alto: sono in fondo giovani che si organizzano per confrontarsi, supportarsi e formarsi a vicenda. Formarsi, infatti: è un’occasione di crescita per attori, registi, drammaturghi, scenografi eccetera, ma lo è altrettanto per la critica e per il pubblico, e lo è anche per l’organizzazione. In questo senso è più una ricerca di potenzialità a un passo dall’espressione che di personaggi formati e finiti; i premi in palio non sono ingenti, ma sufficienti per permettere a compagnie indipendenti di portare più avanti la loro ricerca.
In generale, il procedimento è semplice: si compila e invia un modulo per richiedere di partecipare, e, nel caso delle compagnie, si allega un video dello spettacolo. Tra le sei selezionate, due saranno premiate dalle giurie.
Per il festival il TS riceve un finanziamento dal comune che costituirà il premio; per le spese restanti si affida al crowdfounding, riesce a raggiungere la cifra di cinquemila euro e partire. (Buffa la risonanza col documento settecentesco della fondazione del teatro: “coll’assegno da parte del Comune di lire 2000, non ostante che i giovani si fossero offerti di spendere del proprio”.)

È così che il pomeriggio del 3 ottobre formiamo davanti al Teatro un gruppo sempre più grande e animato: alcuni sono della zona, altri arrivano da Roma o da Milano e da tutto il nord Italia, molti vivono fuori sede e hanno accenti ancora diversi, così che prima di partire il festival è un già po’ un viaggio. Tutti comunque sono giovani: i Giurati, che formano il gruppo più ampio e più vario, rappresentano un pubblico vitale e interessatissimo; i Critici, compresa me, sono otto e provengono da esperienze e percorsi di formazione diversi: sono chiamati ad esprimere uno sguardo analitico che rimane sempre molto appassionato (lo faranno attraverso questo blog).
Altrettanto giovani sono le sei compagnie selezionate tra le tantissime candidate, che arriveranno durante i tre giorni e si mescoleranno a noi tra un’intervista, uno spettacolo e una cena; sempre presenti, giovani e curiosi quanto noi, infine, ci sono gli organizzatori.
Tutto comincia con un aperitivo, le presentazioni si moltiplicano, iniziano a comparire i cartellini colorati che ci accompagneranno per tre giorni; è quasi subito il momento del primo spettacolo.

Ci troviamo in This is the only level e seguiamo la compagnia Amor Vacui che ci introduce al mondo del lavoro e della carriera come a un videogame: si guadagna di più solo per spendere ancora; si rinuncia a un’identità a favore di una pedina. È una gara a spendere completamente le proprie energie e i propri bonus, a superare livello dopo livello solo per scoprire che ogni fase è la ripetizione della precedente, non un climax ma un loop. Lo spettacolo è convincente soprattutto nella fase iniziale del tutorial, in cui assistiamo allo straniamento del protagonista, alla sua timidezza o indolenza, alla goffaggine descritta con una punta di ironia un po’ surreale; tuttavia risente un po’ di quel circolo chiuso di cui parla: risulta difficile uscire dalla ripetizione, e la liberazione finale non arriva con la forza sperata. Lo spettacolo è colorato e costellato di oggetti che vivacizzano il racconto, ma in generale anche l’idea scenografica e l’uso dell’attrezzeria sono forse ancora un po’ acerbi.

Il tempo di un’intervista e un caffè, e siamo già al secondo spettacolo.

VicoQuartoMazzini porta in scena Diss(è)nten, un discorso sul potere, il dissenso e, naturalmente, i gabinetti. Già dalle prime immagini colpisce la loro capacità di dipingere con pochi tratti semplici un’atmosfera decisamente accattivante. Tre personaggi stilizzati, ben trasfigurati dal trucco e dei costumi, e sullo sfondo tre cessi e pochi tratti di luce: qui si gioca il gioco sotterraneo e sudicio del potere, condotto dalla figura ambigua di un politico-demiurgo e sorretto dai suoi sottoposti più o meno compiacenti. Da una dimensione altra, espressionista e vagamente fantascientifica, emerge la nostra quotidianità più desolante, fatta di tornaconti personali, di scarichi abusivi, di piccole omertà che compongono silenzi sconfinati; tutta la sporcizia si getta poi nello scarico, e anche il dissenso, ridotto a un atto di masturbazione, non esce dal cubicolo del gabinetto. Dietro alla piccola e grande mala politica appare lo spettro ancora più inquietante di un’umanità accidiosa, sempre meno capace di ribellarsi, sempre più compiaciuta della propria malinconia. Lo spettacolo è già rodato si sente: è ben orchestrato, il testo è vivace e il ritmo è ben sostenuto.

Dopo gli spettacoli ci si muove tutti insieme, e a cena può capitare di chiacchierare con chiunque; in molti poi ci si trova all’ostello di Guastalla. È una casetta di legno posta su barconi che, in caso di piena del Po, può galleggiare, e sommandosi al teatro rovesciato contribuisce a dare a questa parte della provincia un tono un po’ da Città Invisibili.
Di giorno abitiamo il Teatro e il bar, combattiamo il freddo con il té, scriviamo e parliamo degli spettacoli. Il clima è rilassato e, in assenza di gerarchie o timori, si finisce coinvolti in dialoghi appassionanti con artisti, tecnici, giurati; da imparare c’è davvero tanto.

Arriviamo così sabato al terzo spettacolo, S-manìe di Agave Teatro. Proponendosi una riscrittura delle Smanie per la villeggiatura di Goldoni, la compagnia mette in scena una società fatta di apparenze e giudizi spietati che, due secoli e mezzo dopo, ha cambiato il pelo ma non il vizio. Vittoria si consuma nell’invidia, divorando messaggi pubblicitari e pettegolezzi attraverso uno schermo televisivo. Si confronta con l’utopia perversa degli standard di bellezza e con il miraggio dell’alta moda, riecheggiati dalla figura dell’alter-ego Giacinta. Vive tra astio e terrori vacui. In conclusione, però, lo spettacolo rimane in bilico tra la messa in scena e la riscrittura e non guadagna autonomia rispetto a Goldoni. Forse l’attualità del testo, indiscutibile, dovrebbe essere una conditio sine qua non e non il punto focale di una riproposizione. L’uso di oggetti contemporanei come microfoni e cellophane, insieme a qualche accenno di settecento tra cui una crinolina, rimane più decorativo che sostanziale.

Immediatamente dopo è il turno di Ortika che porta uno spettacolo giovanissimo, Chi ama brucia. È un’indagine sulla realtà umana-disumana dei Centri per l’Identificazione e l’Espulsione dei clandestini, e attinge direttamente alle interviste svolte da Alice Conti, regista, attrice e anche antropologa. Questo materiale, montato con un lavoro drammaturgico di grande impatto, assume la forma di un monologo scandito dall’interazione continua con una costellazione di piccoli oggetti che si trasformano continuamente di significato e ruolo. Una “volontaria” del Centro sembra inizialmente dominarli; in realtà la vediamo rivolgere loro un appello disperato e silenzioso perché traccino con segno indelebile la distanza tra lei e gli “ospiti”. Con gli stessi feticci combatte una guerra fatta di psicofarmaci e di zucchero, e quando sogna, sogna che questi la imprigionino. Il rapporto di potere è sempre a favore degli oggetti: qualsiasi persona è troppo debole, da sola, per sopravvivere alla violenza, all’ipocrisia e all’assurdità del Centro che distribuisce spazi e identità, giudica senza basi di colpa, e nel nome della garanzia dei diritti ha diritto a tutto. Lo spettacolo indaga i ruoli e le responsabilità con profonda sensibilità, senza mai schierare i buoni e i cattivi e dimostrando, invece, come ciascuno sia vittima e carnefice; travolge e sorprende con una grande urgenza di comunicare.

Il primo spettacolo del secondo giorno è Rooms 2.0 di About:Blank, anche questo giovanissimo. Si parla di Olivia, sui trent’anni, una laurea in scienze delle comunicazioni e un’orizzonte sbarrato da piccole insoddisfazioni, frustrazioni e problemi quotidiani. Olivia decide di chiudersi in un eremitismo confortevole, dentro una casa che, in scena, è una tenda-igloo bianca: rimane appesa al telefono e a internet come a un cordone ombelicale. L’interazione con l’esterno è ben risolta con un gioco di lampadine che si accendono e si spengono e raccolgono la voce di un “coro web”; qui si raggiungono momenti di ironia vivace e si sfiora una piacevole vena di cinismo, col pericolo però di cadere in un’aneddotica da social network un po’ autocompiaciuta.
Si fa esplicitamente riferimento al fenomeno sociopatologico degli hikikomori, che vede giovani giapponesi (e forse non solo) rifiutarsi di uscire dalla propria stanza per anni. Il caso di Olivia, però, non sembra raggiungere un’indagine interiore così profonda e un annichilimento tale da giustificare l’autoreclusione come scelta di vita definitiva; rimane sospeso nella dimensione dell’esperimento o fenomeno mediatico, più concentrato su un diffuso senso di frustrazione generazionale. Toccando tasti vicini alla quotidianità del pubblico, comunque, lo spettacolo ha un’ottima risposta.

Siamo alla fine e ci immergiamo nel racconto tragico e appassionato di Vuccirìa Teatro: Io, mai niente con nessuno avevo fatto, spettacolo nato qualche anno fa dalla penna dell’appena ventitreenne Joele Anastasi ma ad oggi già consolidato e riconosciuto. Nella forma attuale ci presenta tre monologhi, alternati e sovrapposti in un’orchestrazione precisa e ben collocati nello spazio. La storia è quella di Giovanni, che porta la sua purezza più ancora che la sua omosessualità come una condanna nella Sicilia degli anni ottanta. È anche la storia di Rosaria, cugina-sorella-madre, tanto più matura e concreta, e di Giuseppe, insegnante di danza, già indurito e inferocito dalla vita quando prende Giovanni come suo amante. Il gioco di antitesi fa scaturire un’emorragia di affetti, emozioni e istinti; la dirompente fisicità dei tre attori si consuma in tre solitudini distinte.
Non innovativo nei temi e nei modi ma comunque molto efficace, riesce davvero a commuovere il pubblico. Più che mirare all’attualità assume una dimensione archetipica da parabola, con tracce di un verismo un po’ verghiano.

Siamo al momento della decisione. Giuristi e Critici si riuniscono a porte chiuse per un breve ma animato dibattito sui sei spettacoli; segue la prima votazione, a cui partecipano tutti e che deciderà l’assegnazione del Premio della Giuria, del valore di tremila euro. Dopo un ballottaggio, i dadi sono tratti: vince Ortika con Chi ama brucia.
Successivamente i Giovani Critici si riuniscono per assegnare a un’altra compagnia il Premio della Critica consistente in una settimana di residenza e lavoro presso il teatro; ci si confronta ancora, e questa volta il nome è Vuccirìa Teatro.
Il momento della premiazione scorre veloce, e presto ci troviamo tutti sul palcoscenico-ex platea per la festa finale: si mangia, si beve e non ci si stanca mai di confrontarsi. A un tratto spunta danzando un cesso di VicoQuartoMazzini, più tardi Alice Conti compare con uno sfavillante abito di scena, e saranno le luci colorate, sarà la musica dei Beatles e dei Cure, ma visto da qui il teatro fa tutto un altro effetto. Sarà il festival, ma ci si sente un po’ a casa.

Si lascia Gualtieri con un po’ di nostalgia. Questa era una delle ultime date, poi il Teatro Sociale, che ancora non ha un sistema di riscaldamento, dovrà chiudere per l’inverno.

Passerà qualche mese prima del prossimo spettacolo, e un anno intero per la seconda edizione di Direction under30. Toccherà aspettare.


Foto di Alessandro Rizzi e Nicolò Cecchella.

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