Cinema ieri, oggi e domani: riflessioni sulla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

di Lorenzo Dell’Onore

Ma però (9)

Di fronte a me c’è una fumante tazzina di caffè macchiato. Ho due orette circa di tempo prima che i miei doveri da studente universitario mi chiamino. Intanto che attendo il mio ospite sfoglio qualche articolo di giornale sulla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, conclusasi da poco più di un mese, e mi lascio trasportare più dalle immagini che dalle parole. In alto, sopra il titolo dell’articolo che annuncia la vittoria dello svedese Roy Andersson, premiato con il Leone d’Oro per il suo film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, campeggia la foto di una sorridente Alba Rohrwacher che alza trionfante la sua prestigiosa Coppa Volpi, riconoscimento che le è stato conferito per il suo ruolo nel film Hungry Hearts, ma su questo torneremo. Poi vedo, tutti belli in fila, gli altri protagonisti dell’edizione di quest’anno del celebre Festival: Konchalovsky, Oppenheimer, il giovanissimo Romain Paul, Banietemad, Kaan Mujdeci, uno scherzoso Verdone (membro italiano della giuria), Tim Roth.

Finalmente arriva la persona che attendo: si chiama Diego Marchi, studente meneghino, mio collega e amico nonché appassionato di cinema e aspirante regista. Ho avuto io l’idea di “convocarlo” affinché ci parlasse un po’ del Festival veneziano, a cui lui ha partecipato in prima persona, assistendo alla proiezione di diversi film in concorso. Ogni giorno, instancabilmente, con un pizzico di curiosità e tanta volontà, Diego, rigorosamente con la cartina alla mano, si spostava per Venezia guidato dal suo amore per il cinema. Non intervisterò un critico esperto, ma “uno di noi” con una grande passione per il mondo della celluloide. Lo accolgo, gli offro un caffè e cominciamo a fare quattro belle chiacchiere tra amici su quella che è stata l’edizione numero 71 della Mostra. E così ci immergiamo appieno nella settima straordinaria arte.

Davvero molte grazie Diego per aver accettato il mio invito. Oggi voglio parlare un po’ insieme a te e per i nostri lettori del Festival, considerato che tu quest’anno hai avuto la grande opportunità di assistere a delle proiezioni. So che non ci parlerai in modo esteso dei principali film che sono stati premiati perché non hai potuto assistere alle relative proiezioni e premiazioni, ma poco importa: di quelli già molti media hanno trattato esaustivamente e comunque è molto facile reperire informazioni su quelle produzioni. Sono felice che tu voglia parlarci soprattutto di produzioni non dico minori, ma che hanno avuto meno visibilità, pur avendo partecipato ad un evento internazionale e così importante come questo, che è sempre sotto i riflettori del mondo. Comunque, prima di arrivare a quelle, procediamo con ordine iniziando, com’è giusto, dai vincitori. Che cosa mi sai dire dei principali film premiati? Hai potuto farti un’idea?

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson è il film che la Mostra voleva avere: cinema d’autore, film riflessivo, che mette in scena in modo originale la società occidentale, e il piccione del titolo, colui che osserva, rimane stupito dalle azioni degli uomini. Insieme a questo, c’erano altri due film favoriti: Birdman di Alejandro González Iñárritu, molto apprezzato dal pubblico, e The look of the silence.

Sì, “The look of the silence”, prodotto in Danimarca e Finlandia, ha vinto tra l’altro il Gran Premio della Giuria.

The look of the silence è la versione complementare di un precedente film dello stesso regista, Joshua Oppenheimer. Il film precedente era una sorta di raccolta di testimonianze di due dei responsabili del massacro di oltre un milione di persone in Indonesia negli anni Sessanta. I massacratori raccontano appunto la loro storia, il film è una ricostruzione ma a parlare sono i protagonisti diretti delle vicende. In The look of the silence, il regista completa il cerchio andando dalla parte opposta: le vittime. Si delinea così un racconto molto vivido e massacrante, che non può che sconvolgere l’animo di chi osserva.

[Il film a cui si fa riferimento, precedente a The look of the silence è The Act of Killing (L’atto di uccidere): mette in scena la purga anticomunista avvenuta in Indonesia tra il 1965 e il 1966 per volere del generale Suharto. Oltre un milione di persone perirono e contro una tale barbarie non è mai stata applicata alcuna sanzione da parte della comunità internazionale. I due film della serie del regista americano, strazianti, hanno fatto chiaramente parlare di sé e sono stati recensiti dai critici di tutto il mondo, ndr].

Il già citato Roy Andersson al Festival ha rilasciato una dichiarazione commovente, perché esalta e loda il nostro cinema, almeno quello degli anni passati. Le sue parole: “Il primo dei miei film preferiti è Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. De Sica, Rossellini, Fellini, tutti i vostri grandi registi sono i più importanti del mondo: io sono orgoglioso di aver tratto beneficio dal lavoro di queste persone”.

Non può che essere così. Il Neorealismo cinematografico italiano è apprezzato veramente in tutto il mondo, ed è persino la base per il percorso di formazione di un regista. I film neorealisti sono autentiche testimonianze, anche linguistiche, dell’Italia bellica e postbellica e per questo sono spesso sottotitolati anziché doppiati, in modo tale da mantenere l’autenticità insita in quelle opere. Oggi il cinema italiano non gode dello stesso apprezzamento a livello globale.

Di quello parleremo in seguito. Arriviamo ora ad un’altra eccellenza italiana: Alba Rohrwacher. L’attrice trentacinquenne è stata premiata con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: la pellicola in cui recita è Hungry Hearts, diretta dall’italiano Saverio Costanzo.

Alba è, a mio parere, un’ottima attrice: riesce a calarsi nei panni di diversi personaggi, grazie alla sua bravura e alle sue grandi qualità e non le manca nemmeno la gradevolezza dell’aspetto fisico. Io l’ho apprezzata nel film La solitudine dei numeri primi: si tratta davvero di un buon film, anche se a mio giudizio il finale è un po’ deludente. Termina infatti con un happy ending che si discosta dal libro da cui è stato tratto. Comunque, lasciando perdere le altre pellicole in cui ha lavorato, il succo della questione è che la Rohrwacher è attualmente una delle migliori attrici italiane.

Anche la sorella di Alba Rohrwacher, Alice, ha vinto di recente un premio prestigioso a Cannes e a Venezia era presente in qualità di presidentessa della giuria del premio De Laurentiis, che è andato al film “Court” di Chaitanya Tamhane. Le sorelle Rohrwacher, proprio per i riconoscimenti loro attribuiti, sono state ribattezzate le “sorelle meraviglie”…

Già.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è andata al partner di Alba: sto parlando di Adam Driver, assente però perché impegnato in America sul set del nuovo Star Wars. Quindi Hungry Hearts è un stato un film, per così dire, doppiamente premiato e si tratta dunque di un risultato molto soddisfacente e anche un motivo di orgoglio per il cinema italiano (anche se prodotto in Italia, il film è stato però girato in lingua inglese). Un cinema che, secondo molti, attualmente non vive di certo un periodo aureo, anzi…

Il cinema italiano è in crisi, questo ormai è risaputo. Ciò non vuol dire che sia tutto da buttare via. Non mancano le eccezioni, il cinema italiano non è solo fatto di cinepanettoni. Se mi chiedi di farti un esempio di buon cinema italiano, mi viene in mente un film che ho guardato di recente: Generazione mille euro, che mette in luce il tema del precariato. Ci sono quindi anche produzioni che offrono importanti spunti di riflessione. Un esempio negativo che subito mi balza alla mente è invece Fuga di cervelli, che per me non funziona per niente.

Secondo te, qual è la ricetta per un cinema che funziona e che anche la cinematografia italiana dovrebbe adottare?

Un ottimo film deve saper coniugare tragicità e intrattenimento. Il modello da seguire è quello delle commedie angloamericane, che spesso sanno far ridere ma al contempo invitano lo spettatore a prendere coscienza di un tema, dunque non manca il lato riflessivo delle vicende. É, come dire, un “ridere intelligente”. Parte della nostra produzione attualmente non è esportabile, non funziona. Bisognerebbe trovare idee buone e commercializzabili, ma non troppo per non rischiare di incorrere in uno scadimento delle qualità. I registi esperti, già affermati, dovrebbero puntare anche alle nuove leve, ascoltando ciò che hanno da dire, avendo il coraggio di proporre un cinema emergente. Un esempio per tutti: Sam Raimi, da molti conosciuto per la sua trilogia di Spider Man. Raimi in America produce film di registi sconosciuti, ha il coraggio di dare visibilità a chi non ce l’ha e secondo me questa è una cosa magnifica, la linfa vitale che servirebbe proprio al nostro cinema.

Proprio come tu stesso affermavi, ciò non vuol dire che sia tutto buio. Esiste anche un cinema italiano che vale e che vince. Le vittorie ottenute in questo Festival e l’oscar vinto da Sorrentino per La grande bellezza lo dimostrano. Silvio Danese, nel suo commento pubblicato sul Giorno1, scrive: “Una cosa è certa: il cinema italiano torna a vincere premi”. Questo ci fa sperare moltissimo e ci dà immense soddisfazioni. Arriviamo ora finalmente ai film che hai seguito alla Mostra e dei quali ti invito a parlare. Che cosa ci proponi?

Pensavo di portarvi 4 esempi: tre casi positivi e uno negativo.

Benissimo. Sentiamo.

Un film che ho amato è stato Heaven knows what, che ha partecipato al concorso Orizzonti della Mostra. Lo reputo un film bellissimo con un attore geniale, Caleb Landry Jones, il quale si immedesima meravigliosamente nel personaggio della storia. Questa, fittizia, racconta l’amore tra due drogati che vivono per strada: il ragazzo soffre di sbalzi d’umore, mentre la ragazza passa parte del suo tempo ad elemosinare in giro. I due registi del film portano sullo schermo le vicende di questi giovani, tra i quali sboccia una storia d’amore tormentata, centrale nello sviluppo narrativo ma non disturbante. E poi c’è appunto quell’attore che ho molto apprezzato.La locandina del film Fires on the plain (foto di Diego Marchi) Le musiche elettroniche di sottofondo contribuiscono ad accentuare la drammaticità delle immagini che scorrono sullo schermo: lo spettatore ne viene fuori colpito e angosciato. Bisogna poi dire che anche la cura delle luci è notevole.
Il secondo film: Nobi – Fires on the plain, ambientato nella seconda guerra mondiale. Devo dire di non aver mai visto prima di quel film una rappresentazione del conflitto, o meglio di una parte di esso, così estrema. In effetti il regista, giapponese, ha alle spalle lavori di genere horror. Parla di un soldato nipponico che vive insieme al suo reparto in una giungla molto ostile, su un’isola giapponese. L’esperienza della guerra è devastante: si verifica un’odissea, le persone che conosce cambiano, i buoni diventano malvagi e viceversa. C’è chi si pente e chi invece cambia in peggio: gli effetti del conflitto sulle persone sono devastanti. La regia è ottima e le musiche stupende, i primi piani sono invece geniali per ciò che trasmettono.

Se ti chiedessi di farmi un paragone con un altro film di guerra, che tu reputi all’incirca allo stesso livello qualitativo, che cosa mi risponderesti?

Certamente Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick. Quello però si svolge durante il primo conflitto mondiale.

Terzo film: Words with Gods. E’ un collage di episodi che hanno un tema conduttore: il rapporto con la divinità (è un film sulle diverse fedi). Un episodio è ambientato in Giappone, a Fukushima, dove un uomo sopravvissuto al disastro del 20112, dopo aver tragicamente perso la famiglia, entra in una crisi esistenziale che lo spinge a chiedersi di continuo: “Perché io sono vivo?”.

Mi viene in mente la cosiddetta “sindrome del sopravvissuto”3.

Esatto. Proprio per lenire il suo dolore, l’uomo si confiderà con un monaco buddhista, pronto ad ascoltarlo. Il dolore della perdita e il conseguente sfogo dell’uomo contribuiscono alla costruzione di un percorso personale di svolta del personaggio.
L’episodio spagnolo ha per protagonista un killer che, dopo essere stato scoperto, si finge prete per sfuggire ai suoi inseguitori e capita al capezzale di un uomo morente, cui è costretto a dare l’estrema unzione. Tra i due nasce un dialogo molto divertente.
Infine l’episodio messicano è incentrato sull’ateismo e mette in scena la vicenda di un figlio che perde il padre, morto suicida. Il finale è, a mio parere, straordinario.
Io vi ho citato solo alcuni episodi, che in tutto nel film sono dieci.

Grazie Diego. In conclusione di tutto, ti chiedo di parlarci del film che hai giudicato negativamente spiegando anche le ragioni che ti hanno condotto ad un simile giudizio.

Si tratta di Cymbeline: il film vorrebbe essere innovativo nel modo di adattare Shakespeare, ma non ci riesce perché vuole essere moderno pur non rinunciando a discostarsi dalla struttura dell’opera originaria.
A dare l’idea della fragilità del film concorre la varietà di temi come la guerra, l’amore, la famiglia e l’odio, i quali sono a malapena trattati e addirittura quasi lasciati a sé, senza qualcuno al timone.
Il cast fa quel che può per tenere a galla una pellicola che soffre di una sceneggiatura da soap-opera dove le diverse sottotrame non riescono ad appassionare e lasciano lo spettatore annoiato o confuso. Inoltre alcuni personaggi vivono di cliché e il loro inserimento nella storia risulta forzato o a volte inspiegabile. L’amore dei protagonisti adolescenti agli occhi dello spettatore pare quasi rivisto cento volte e la passione fra i due non colpisce e non riesce far tremare per il loro destino. Tutte queste pecche culminano, in un finale forzato e quasi assurdo per la poca naturalezza a cui si arriva, con cambiamenti di carattere di personaggi quasi assurdi o poco spiegabili.

Il tempo è trascorso veloce, come un fiume in piena. E’ ora di tornare ai nostri rispettivi doveri. Io e Diego abbiamo parlato di varie pellicole, in modo più o meno approfondito. Ovviamente ciò che avete letto è frutto di opinioni assolutamente personali: potreste condividerle o respingerle decisamente. Dopotutto de gustibus non est disputandum (dei gusti non si discute), però speriamo almeno di avervi fatto riflettere o di avervi incuriosito, facendovi venir voglia di approfondire le storie di alcuni film e di andare a vederli.
Usciamo dal locale, bisogna correre a lezione. Io e Diego ci salutiamo e abbandoniamo il mondo della finzione per tornare, come sempre, a quello vero della quotidianità.


1Silvio Danese, “Il commento”, apparso nell’edizione de “Il Giorno” di domenica 7 settembre 2014, pag. 26

2Si fa riferimento agli incidenti avvenuti alla centrale nucleare di Fukushima a seguito del terremoto e conseguente maremoto dell’11 marzo 2011.

3Si tratta di una condizione di sofferenza contrassegnata da “sensi di colpa che sono spesso esagerati ed incongruenti con il reale svolgimento dei fatti e delle responsabilità oggettive (detti anche complessi di colpa del sopravvissuto)”.
Così Wikipedia, URL consultata il 13/10/2014: http://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_post_traumatico_da_stress

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