I nostri ragazzi (chi sono?). Tragedia moderna in tre atti di Ivano de Matteo

di Elena Fantuzzi

Ma però (10)

“I nostri ragazzi”. Tre parole. Semplici, quasi un po’ scontate. Tre parole, che basta pronunciarle, anche solo a mezza voce, per coglierne quel sapore vagamente dolciastro di familiarità, commosso affetto in alcuni casi e talora anche una punta amarognola di paternalismo. “I nostri ragazzi”, quelli lì, insomma. Tre parole rassicuranti.
Titolo essenziale, pulito e così perfettamente adatto a condensare in nuce il film di Ivano de Matteo, presentato alla Giornata degli autori della Mostra del Cinema di Venezia ’14. Ispirato a La cena di Hermann Koch, I nostri ragazzi segue le vicende dei fratelli Lauri, l’avvocato di grido Massimo (Gassman) e il chirurgo impegnato Paolo (Lo Cascio), e delle rispettive famiglie alle prese con un evento dalle tragiche conseguenze. Una “bravata” dei figli, insospettata e insospettabile, che cambierà le loro vite.

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Un film più di parole (dette e non) che di azioni. Volendo, potremmo definirlo uno “psicodramma familiare”, ma –vi confesso- non amo particolarmente le definizioni preconfezionate. Perché, temo, sarebbe riduttivo racchiudere in una categoria così netta una vicenda che ha invece tante sfumature. E un trama da tragedia classica (ma anche moderna: per quanto cambino forme e modi, la natura umana che viene messa in scena di cambiare non pare averne troppa voglia): padri, figli, un errore o colpa e il peso di una scelta. La solita, spinosa, tra la Legge, quella dei codici e delle aule di tribunale, e quella non scritta, “del sangue”, quella che trascende la Ragione. Dilemma atavico e molte volte irrisolto quello scelto da de Matteo per completare, almeno idealmente, la trilogia dedicata alla famiglia iniziata nel 2009 con La bella gente e proseguita con Gli equilibristi.

Dilemma che fa sorgere spontaneamente e inesorabilmente un altro interrogativo, il grande, inquietante convitato di pietra dell’intera vicenda, che non può non farsi strada nello spettatore, lì nel buio della sala. “E se fosse capitato a me, cosa avrei fatto?”. Interrogativo curiosamente presente (sottotraccia, come ogni insidia che si rispetti) anche nel film che avrà il non facile compito di rappresentare l’ Italia alla corsa per l’ Oscar al miglior film straniero (di cui vi abbiamo parlato non molto tempo fa), Il capitale umano di Paolo Virzì.

In sintesi, una ricetta per una tragedia moderna:

Prologo, con un sentore dell’amaro che arriverà poi ma quasi rassicurante, come se volesse strizzarci l’occhiolino: “non è niente, in fondo va tutto bene”.

Poi la svolta, qualcosa va a inceppare il meccanismo e segna il punto di non ritorno.

Epilogo (o catastrofe, alla maniera classica): i personaggi fanno la loro scelta, ora non resta che pagarne le conseguenze.


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