Il musicista n°8

Duetto per artista e visitatore.
Ragnar Kjartansson – The Visitorsdi Giancarlo Pace

Ma però (5)

Recarsi a una mostra di arte contemporanea è sempre un salto nel buio. Durante l’ultimo secolo siamo stati abituati ad aspettarci di tutto. Il titolo spesso non aiuta, anzi la maggior parte delle volte disorienta e rende consapevoli di significati che all’artista risultano chiari mentre a noi sfuggono incomprensibili. È in questo momento che si insinua il dubbio anche in chi si crede più dotto: “Sono, forse, stupido? Perché la laurea triennale, la specialistica e il master non mi vengono in aiuto illuminando la notte dell’incomprensione?” . La risposta è molto semplice, l’arte (e all’interno di questa, la contemporanea), non è qualcosa di comprensibile attraverso forme preconfezionate di lettura, ad ogni segno non corrisponde per forza un determinato significato ed è in questo solco, tra oggetto e lettura, che si insinua l’incantesimo della bellezza e dell’orrore. Ogni opera diventa uno specchio di ciò che lo spettatore è e di ciò che riesce a leggere. Proprio come uno specchio, l’opera si frantuma in una miriade di cocci tra i quali ogni visitatore sceglie il proprio, ferendosi o rimanendone incantato.

In questo discorso mi sento in dovere di assegnare a Ragnar Kjartansson il titolo di maestro degli specchi. Solo in questo modo possiamo identificare un artista che attraverso l’espressione di qualcosa di profondamente personale riesce a coinvolgere in maniera così avvolgente un pubblico per lo più formato da persone che non conoscono né l’artista né la sua poetica.
Quando The Visitors, l’opera più conosciuta dell’artista, è stata ospitata dall’Hangar Bicocca circa un anno fa, ho avuto la possibilità di sperimentarla in prima persona.

10639216_10204931018459562_694502172_o

È difficile descrivere le sensazioni che scorrono in ogni individuo quando ci si ritrova di fronte a qualcosa di inaspettato ma ancora più arduo è esprimere ciò che si prova quando si ha davanti qualcosa che si crede di conoscere e si rivela del tutto nuova. L’opera di Kjartansson si presenta suddivisa in nove grandi pannelli sui quali vengono proiettati differenti filmati che ricordano in un certo modo delle composizioni pittoriche. Nulla di sconvolgente, dunque, se pensiamo a quante volte ci ritroviamo immersi in scenari museali classici o semplicemente a quante volte siamo attorniati da schermi che reclamano uno sguardo per mostrarci le loro immagini pubblicitarie, poetiche o presunte tali, comunicative, o convinte di esserlo, ammalianti e così via. Così anche io, ormai abituato al continuo ticchettio della pioggia immaginifica sulla mia retina, non mi sono lasciato attraversare dai colori della prima impressione. Ho avuto bisogno di più tempo, i secondi necessari per capire che ciò che bussava dolcemente ai miei occhi non erano le solite gocce lasciate cadere da nuvole pubblicitarie o chissà che altro, ma qualcosa di più intenso, qualcosa che finalmente aveva qualcosa da dire, ma senza presunzione, quasi sottovoce, più tardi con la musica. Nel corso dei sessantaquattro minuti all’interno dei quali l’opera si distende, scopriamo che sette dei nove schermi inquadrano delle singole stanze che una dopo l’altra si popolano di un musicista che con il proprio strumento inizia a suonare una melodia semplice, costruita con pochi accordi. Inizialmente è difficile comprendere l’unitarietà dell’opera ma basta prestare attenzione per scorgere la somiglianza nelle note che vengono suonate nei differenti ambienti. In questo modo, lentamente, le melodie solitarie iniziano una conversazione tra di esse sfociando in una sinfonia che sospinge, con la forza e l’invisibilità che solo la musica può conciliare, il proprio messaggio a chi è capace di mettersi in ascolto:

Once again I fall into
My feminine ways
There are stars exploding
And there is nothing you can do

Sono le parole cantate dal coro spezzato dei sette musicisti e allo stesso tempo sono i versi di una poesia di Asdis Sif Gunnarsdottir, ex moglie dell’artista. I versi si prestano ad essere interpretati sul doppio ambito dell’intimità e del messaggio universale, senza tuttavia creare contrasti stridenti. La forza dell’opera di Kjartansson, con tutta probabilità, sta nella capacità di coniugare con naturalezza elementi apparentemente inconciliabili. Lo stupore e la paura di essere infinitamente piccoli di fronte allo scorrere inesorabile dei ritmi cosmici si accompagna a una musica che cresce e si infrange al ritmo dei respiri celati dagli strumenti. Il microcosmo dei “visitors” e il macrocosmo universale si fondono trovando un equilibrio insperato nella musica e nei nessi che essa crea tra i musicisti, ma prima ancora tra gli esseri umani. Solo in questo modo e solo affidandosi alla bellezza dell’arte è possibile ritrovarsi, ancora una volta, inaspettatamente umani. La parola donna e la parola uomo, così, ritrovano il proprio senso, collocandosi tra altre donne e altri uomini che ugualmente provano e condividono i limiti e i privilegi dell’esistere.
Quando si osservano ancora una volta quei nove schermi, non si può fare a meno di pensare che lì dentro sia racchiuso un mondo del quale vorremo fare parte. Una dimensione all’interno della quale finalmente è possibile mettere da parte le armature e le corazze senza temere, così, di farsi del male. I sette musicanti sono degli artisti, sono abili suonatori, ma contemporaneamente rappresentano chiunque abbia voglia di dare e ricevere un abbraccio umano, che sia composto da parole sincere, versi, immagini, sguardi o come nell’opera di Kjartansson, da note. In questo modo, ogni persona è invitata a prenderne parte, a immergersi completamente in quel gioco di rimandi e parole pronunciate sottovoce che solo l’arte sa esprimere. Ognuno può diventare l’ottavo musicista. Il visitatore non può che entrare anch’egli in uno schermo, prendere in mano uno strumento, e cominciare a sfiorarne i tasti, suonando il proprio spartito da solista e accorgendosi, poco dopo, che le note del proprio strumento si fondono con le melodie provenienti dalle altre stanze creando la grande sinfonia dell’arte.

Quindi, quando vi capiterà di provare le sensazioni che vi ho descritto e desidererete anche voi far parte di un’opera in un qualche modo che l’artista, magari, nemmeno immaginava, assaporate il senso della bellezza e le parole mute che raggiungono solo chi è capace di ascoltarle. Così mentre abbandonate la mostra, la stanza, la strada dove avete scoperto la “vostra” arte, voltatevi ancora una volta e scrutate chi come voi si è fermato a osservare o a porgere l’orecchio. Guardateli bene, guardateli negli occhi, osservate le loro mani. Sono sicuro che scorgerete il musicista numero otto nel movimento frenetico di cinque dita che sfiorano i tasti di un immaginario pianoforte, con tasti bianchi di luce e neri di oscurità, oppure nel movimento dolce di una mano che accompagna un leggero archetto su un violoncello fatto di silenzio. Allora avrete trovato non solo il senso dell’arte ma anche un amico fraterno che come voi è capace di eseguire uno spartito mai scritto e che trova la sua sinfonia nel riflesso degli altri cocci che abbiamo deciso di raccogliere. Se nella folla non scorgerete niente di questo, c’è solo una logica soluzione: qualcun altro fuori dal vostro sguardo vi sta osservando e sorride avendo trovato l’ottavo musicista.


Lascia un commento