La ragazza delle arance

di Lorenzo Dell’Onore

Ma però (6)

Da poco ci ha lasciati un grande del cinema americano, Robin Williams, scomparso all’età di 63 anni. Morto suicida, da tempo non riusciva più a sopportare il peso di un mondo che per lui si stava facendo sempre più ostile: dai problemi di denaro a quelli di salute, alla depressione. Depressione, quel male logorante che succhia poco alla volta la gioia di vivere: proprio quella che l’attore esaltava nei panni del professor Keating in un film magistralmente diretto da Peter Weir e da molti considerato una delle sue migliori performance. In questo film si coglie l’essenza del carpe diem, seize the day, cogliere l’attimo o come accidenti si vuole chiamarlo, che il Professore di lettere Keating (quello che tutti vorrebbero avere) insegna ai propri alunni. Un invito a gioire della vita, dei suoi doni, delle sue bellezze finché ve ne è la possibilità. Ma attenzione: la filosofia oraziana del carpe diem, tra le più fraintese della storia, non è da intendere come un semplice invito edonistico a godere delle gioie e dei piaceri della vita. Essa è piuttosto una esortazione a vivere concentrando le proprie azioni solo nel presente, dal momento che il futuro non si può conoscere e non ci si può dunque dar la pena di determinarlo. Bisogna cogliere le occasioni, le gioie e le opportunità che si presentano adesso, in questo momento, senza curarsi troppo del futuro e senza aver timore di ciò che verrà, della morte.

«Dum loquimur fugerit invida
carpe diem, quam minimum credula postero»

«Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse:
cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani.»

(Orazio, frammento delle Odi)

La ragazza delle aranceSe nel cinema a Peter Weir e Robin Williams spetta il compito di portare sullo schermo questa filosofia di vita con la forza delle immagini, nello sterminato oceano delle opere letterarie ve ne è una che spicca in particolare, per via del suo quasi commovente e inusuale modo di invitare al carpe diem, proponendo un gioioso inno alla vita che a fine lettura fa riflettere e stupisce per la sua scioccante semplicità. Come dire, la forza delle parole… Sto parlando del romanzo di Jostein Gaarder La ragazza delle arance. All’orecchio di molti può suonare nuovo il nome di questo autore, ma in realtà diversi suoi libri sono già stati pubblicati in Italia, tra cui il celebre Il mondo di Sofia e, appunto, La ragazza delle arance, la cui prima edizione italiana risale al 2004. Che sia recente oppure no, poco importa: quello che conta è il contenuto, che vale davvero la pena di conoscere.

Il protagonista è un ragazzino di quindici anni, Georg Røed, orfano di padre, che un giorno riceve dai nonni paterni una busta misteriosa, destinata proprio a lui e per anni conservata in un suo vecchio passeggino dimenticato. Presto il giovane scopre che la busta contiene una lunga lettera, scritta da suo padre poco prima di morire, quando lui era ancora un bambino piccolo, troppo piccolo per poterlo ricordare.

“Sei seduto bene, Georg? E’ importante che ti trovi
una posizione comoda, perché ora ti racconterò una storia emozionante …”

Così inizia la lettera indirizzata al figlio. E la storia che il papà racconta a Georg riguarda una misteriosa “Ragazza delle arance” (ecco svelato il perché del titolo). Con un tono appassionante e a tratti commovente, il genitore ormai defunto, per mezzo della scrittura superando i confini del tempo e dello spazio, racconta al figlio le sue peripezie e le avventure intraprese per tentare di scoprire l’identità di quella ragazza ammaliante. Giustamente vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo con il carpe diem. Ebbene, la storia della Ragazza delle arance è in realtà un pretesto del padre per porre a Georg una domanda allo stesso tempo semplice e complessa, o persino scioccante. Semplice e banale nella forma, perché è chiarissima. Complessa e filosofica perché spinge il ragazzo a chiedersi qual è veramente il valore della vita: è davvero un’esperienza unica, meravigliosa, incredibile? La vita è davvero così straordinaria, un evento eccezionale nell’universo, tanto da meritare di essere vissuta? O forse i problemi, le tribolazioni, le sofferenze della quotidianità la vanificano? E’ solo un inganno cosmico? Anche se è effimera, vale la pena di viverla pienamente, di vivere il presente e cogliere l’attimo?

“Cosa avresti scelto se ne avessi avuta l’occasione? Avresti scelto di vivere per un breve momento sulla terra, per poi, dopo pochi anni, venire strappato da tutto quanto e non tornare mai più? O avresti rifiutato?”

Il lettore non resta di certo indifferente: è come se il padre del racconto fosse lo stesso Gaarder che spinge il ragazzo Georg, trasposizione letteraria di qualsiasi lettore, a riflettere circa la condizione della nostra esistenza. Non pensate che sia uno sterile trattato filosofico o uno di quegli scritti che impongono una visione della vita già determinata e “confezionata” per essere accettata così com’è. Anche se poi il ragazzo effettivamente dà una risposta, la libertà è tutta del lettore, che può riconoscersi oppure no nel parere del giovane ed è invitato a costruirsi una morale, una morale non data. La morale di una storia, quella della Ragazza delle arance, che sa di amore, affetto, speranza: assolutamente comune, ma da cui emerge l’amore di un padre per il proprio figlio e al cui posto potrebbe esserci la storia di ciascuno di noi. Tanto meglio poi se questa storia diventa anche una ricerca e magari persino una risposta in grado di risolvere, almeno per chi la vive, il quesito sul profondo senso della vita.
La penna di Jostein Gaarder tocca il cuore e la mente: il suo è un modo quasi “fiabesco” e quindi innovativo di proporre una tematica universale e che mai cesserà di essere attuale.


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