Perché Virzì salverà il cinema italiano

di Veronica Galli

Ma però (10)

All’annuncio della candidatura de Il capitale umano come rappresentante dell’Italia alla corsa agli Oscar Paolo Virzì ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «È una grande responsabilità quella di rappresentare il nostro paese in un momento così complicato e vivo del nostro cinema».
Mai parole furono più vere. Sì, perché – senza entrare nella diatriba La Grande Bellezza sì, La Grande Bellezza no, per carità – Il capitale umano ha fatto il suo ingresso nelle sale e ora nella corsa alla più dorata e stellata delle notti americane in un momento delicato. E adesso via che potremmo partire a sciorinare tutti i motivi che contribuiscono a rendere la congiuntura di questo Paese drammatica: la politica incerta, la crisi galoppante, la società instabile, la cultura…cultura chi?, l’istruzione, i giovani, la disoccupazione e avanti avanti a mai finire.

Ma il punto è un altro: Il capitale umano arriva agli Oscar in coda – per motivi puramente cronologici, sia chiaro – al tanto lusingato capolavoro Sorrentiniano (l’assonanza con Felliniano, giuro, è casuale). E perché questo dovrebbe farci riflettere? Ve lo dico io: perché Virzì salverà il cinema italiano.

Perché Virzì salverà il cinema italiano

Non ha il lirismo di Luchetti o l’introspezione di Bellocchio, non ha l’ironia pungente di Moretti e nemmeno la sfrontatezza di Bertolucci; gli mancano il guizzo di Tornatore e la poetica di Salvatores. Paolo Virzì è la perfetta sintesi dell’essere italiano.
In medio stat virtus, la quintessenza del Bel Paese: non avremo la fermezza e il rigore tedeschi? Poco male. Ci manca la poetica à la française? Ce ne faremo una ragione. E l’allegra gaiezza dei latinos? Troppo per noi. La freddezza e il distacco nordici? Amiamo troppo la bella vita. E in Virzì c’è tutto questo, sin dal principio. Ci si prende in giro, si attraversano drammi, si cade e ci si rialza, si scherza ma poi si fa pure sul serio. Ridiamo del livornese ma sbirciamo nella miseria di un quartiere popolare, a occhi sbarrati ci aggiriamo con Caterina per la Capitale ma poi ringraziamo di non averci mai vissuto, ché troppa confusione, troppa gente, troppi corrotti, troppo schifo dietro l’angolo. Ci meravigliamo per un’inedita Ferilli – un buon regista sa fare anche questo – ma facciamo esperienza della vita aberrante dei call center. Ci ritroviamo da adulti, a ripensarci bambini e a dare a nostra madre tutte le colpe di questo mondo per quel che siamo (Pasolini diceva «Tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù»), ci emozioniamo per due che si amano senza che la natura – o la burocrazia – diano loro la possibilità di mettere al mondo tutto questo bene.

Virzì ci ha dato tutte queste cose, ma in un quasi composto silenzio. Sì, d’accordo, il botteghino. Va bene, Virzì, il livornese, quello di Ovosodo, non è l’ultimo arrivato…ha studiato allo Sperimentale!
Ha alimentato il nostro immaginario cinematografico, in questi anni, senza andare a pescare troppo lontano. Ci ha osservati da vicino portando sullo schermo tutto ciò che vedeva, sentiva o percepiva. Senza troppi sfarzi, senza troppi giri di parole, senza prendersi troppo sul serio, esattamente come dovremmo fare noi.

Il Capitale Umano è, in realtà, un passo ulteriore. Che sia dovuto all’origine statunitense della storia? All’ambientazione nordico-brianzola? Chi può dirlo. Ma in questo film l’intrigo si infittisce, si scorge qualche nota vagamente noir e, soprattutto, i personaggi diventano – volutamente – delle macchiette, dei tableaux vivants del nostro tempo: dei prototipi.

C’è l’agente immobiliare che vorrebbe solo sfondare nella finanza, nel mercato, nella vita; la sua compagna psicologa a cui piacerebbe curare tutti i mali del mondo con il sorriso dolce e l’aria materna; la figlia sfrontata in minigonna anche se nevica; il finanziere straricco, bello, potente, nevrotico e falso; la moglie frustrata, impacciata e infelice; il figlio viziato e sempre bambino e, infine, quelli che rendono lo spettatore un po’ affranto e un po’ nervoso: il semitossico, abbandonato, emarginato, schedato. E, infine, il professorino che sogna il teatro mentre vive in un appartamento da studente. In questa storia questi personaggi si incontrano in una trama apparentemente e inizialmente quasi scontata, che precipita poi in un intrigo più complesso a causa di un incidente. Dei tipi senza pretese, direte voi: piatti, semplici, facili, banali. Ma è meglio dire esemplari. La declinazione perfetta del bene e del male del nostro tempo, l’esperienza altrui che ci porta a pensare potevo esserci io, cosa avrei fatto al posto suo?

Virzì gioca col realismo: prima ci fa credere che quella che vediamo sullo schermo sia tutta una grande sceneggiata (c’è sempre qualche elemento che ce lo fa sospettare): in questo caso, ad esempio, Bentivoglio è troppo stupido o Gifuni troppo stronzo perché possano essere veri. Poi ad un certo punto – sbam! – capiamo: alla faccia del realismo, quelli siamo proprio noi e tutto questo sarebbe potuto succedere a noi.

Non servono fenicotteri rosa, pasticceri trotzkisti o fantasmi venuti da chissà dove per ricordarci cosa siamo. L’Italia di Virzì si mostra senza vergogna, si guarda in faccia allo specchio e si riconosce senza paura. Questo cinema si spoglia dei suoi segreti, è diretto, scarno, semplice, essenziale. E il senso di scoperta dello spettatore è rassicurante. Uscendo dalla sala ci aspetteremmo di essere emozionati, scossi, cambiati, non è forse questo che l’arte dovrebbe fare? Virzì va oltre, ci pone di fronte ai nostri limiti: come persone, cittadini, genitori, figli, ricchi, squattrinati, insomma, come italiani. Cosa di meglio può fare chi racconta storie se non imporre al proprio pubblico la più grande delle scommesse: il confronto con se stessi e con la propria ordinaria, scontata, noiosa quotidianità? «Conosci te stesso», sembra dirci. E se il nemico siamo noi stessi, a maggior ragione, ché bisogna conoscerlo per combatterlo. Questo cinema sembra dare un suggerimento all’Italia: non strafare, va’ a fondo, cerca, comprendi, racconta. A raccontarsi si fanno passi avanti, si aggiusta il tiro, si comprendono gli sbagli e si fa un buon esercizio di memoria.

Ecco perché Paolo Virzì salverà il cinema italiano (e l’Italia): a furia di raccontarlo, questo Bel Paese, qualcuno dovrà pur credergli.


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