RISO NERO: la fuga come sistema di sopravvivenza in America.

di Gaia Scolari

Ma però (6)

Riso nero è un romanzo che non troverete nelle librerie. Pubblicato nel 1925 negli Stati Uniti, in Italia esce per la prima volta nel 1932: ma l’ultima edizione, stampata da Einaudi, risale a quasi vent’anni fa.
Eppure Cesare Pavese l’aveva definito il romanzo più importante dello scrittore Sherwood Anderson. L’aveva tradotto lui stesso per la prima edizione italiana stampata da Frassinelli, ne aveva scritto la prefazione e già un anno prima aveva pubblicato un articolo sullo scrittore americano sulla rivista “La Cultura”. E, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, il libro più citato all’interno del saggio era proprio Riso nero (Dark Laughter) e non la più famosa raccolta di racconti Winesburg, Ohio.
Non posso non dire, a questo punto, che se dovessi consigliare a qualcuno uno dei due libri, consiglierei sicuramente i racconti. Questi hanno il potere di tenere incollato il lettore alla pagina, potere che forse il romanzo non ha. Ma allora perché Pavese diede così tanta importanza a quest’ultimo?

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“Cacciatori di anatre sul fiume Ohio”, William Louis Sontag, 1850

Quando lo scrittore italiano traduce il romanzo, il fascismo è ormai saldamente al potere. La letteratura americana rappresentava, in quel periodo, anche una alternativa alla cultura ufficiale del regime. In questo libro Anderson riusciva a toccare temi universali, che riguardavano l’uomo contemporaneo, attraverso la realtà provinciale americana. Questa capacità, secondo Pavese, mancava alle opere italiane, ed era invece possibile negli Stati Uniti e in Riso nero poiché qui si metteva in luce un aspetto nuovo: l’industrialismo crescente che coinvolgeva ormai anche tutta la provincia americana.
E’ questo il tema più caro allo scrittore. Perché Riso nero parla molto anche della vita dell’autore.

jb_recon_anderson_1_eAnderson segue per tutta l’infanzia il padre, prima nella provincia americana e poi a Chicago. Qui Sherwood, quando ha soli 9 anni, perde la madre e poco tempo dopo è costretto a lavorare in fabbrica. Dopo anni di lavori manuali mal retribuiti e continui trasferimenti, Anderson però decide di frequentare un anno di università, trova lavoro presso alcune agenzie pubblicitarie e infine fonda una società di vendita di vernici per tetti. Il tutto viene coronato dal matrimonio con Cornelia Lane, figlia di una rispettabilissima famiglia borghese.
Ma qualcosa non va. E nel novembre del 1912, mentre detta una lettera alla segretaria, lasciando interrotta a metà una frase esce ridendo dall’ufficio e scompare. Verrà ritrovato solo quattro giorni più tardi in stato confusionale. Questo avvenimento segna una svolta nella sua vita: poco dopo infatti lascerà la moglie, tornerà a Chicago e comincerà a dedicarsi interamente alla scrittura.

In Riso nero i tre personaggi principali rappresentano tutti un tratto della personalità di Anderson. Il protagonista fugge dalla moglie e dal suo lavoro per ritornare nei luoghi dove è cresciuto, lungo le sponde del fiume Ohio. Gli avvenimenti che contano sono tutti interiori: il ricordo della madre, la noia legata alla vita borghese e la voglia di mettersi a scrivere. Ma nella cittadina di provincia in cui il protagonista fugge ci sono altre due persone importanti: un industriale e sua moglie. Lui orgoglioso della sua posizione, lei che, nel corso del racconto, si rende conto di essersi sposata principalmente per convenienza. Anderson non offre una soluzione ai nuovi problemi di quest’epoca (la fuga è un momentaneo metodo di sopravvivenza), l’unica risposta che c’è nel libro è un “riso nero”: la risata del popolo afroamericano e, forse, anche di coloro che sfiorano la pazzia, come il protagonista del libro, la moglie dell’industriale e lo scrittore stesso.

RISO NERO: la fuga come sistema di sopravvivenza in America.Ma allora se i temi sono ancora attuali, se lo stile è di certo migliore di quello di tanti altri libri, perché questo libro non viene più ristampato in Italia? Senza dimenticare che Anderson è considerato il padre della successiva generazione di scrittori americani (Hemingway, Faulkner, Caldwell, Dos Passos, ecc.).
Alcuni hanno dato come motivazione il fatto che il romanzo è in certi punti sessista e razzista. Ma altri libri, dove questa componente è molto più forte, sono invece in circolazione. Forse allora la risposta è che oggi non ci interessa più mettere in discussione questo tipo di progresso. Forse tutto viene ormai dato per scontato e accettato, non immaginiamo più un mondo diverso, come l’aveva pensato invece Pavese e molti dei giovani di quegli anni. Forse non sogniamo più. E allora cosa importa se un libro viene dimenticato?


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