Cazzeggio e paraculismo ovvero “Lo Stato Sociale” in tour di concerti estivi

di Sara Pisaniello

Ma però (4)

Uscito il nuovo disco L’Italia peggiore strategicamente il 2 giugno 2014, festa della Repubblica italiana, gli Stato sociale si preparano per una serie infinita di concerti in tutta Italia e per la promozione del CD nelle librerie Feltrinelli. Oggi, a fine estate, possiamo finalmente tirare le somme. Le somme da tirare sono innumerevoli: dalle semplici, oggettive ed algebriche su genere musicale, campagna pubblicitaria, testi sloganicisti, featuring, a quelle più complesse, ovvero quelle calcolate astrattamente e (a parer mio molto spesso un po’ superficialmente) dai critici, che giudicano moralmente un gruppo che di morale dice di fregarsene. L’Italia peggiore è stato criticato fino all’osso ma allo stesso modo idolatrato da milioni di ragazzi, al punto da essere record di incassi sul canale iTunes (undicesimo in classifica superando la hit di Pharell Williams “Happy”).

Cazzeggio e paraculismo ovvero "Lo Stato Sociale" in tour di concerti estivi

È giusto dire che gli Stato Sociale della critica se ne freghino? Io invece credo che la critica sia alla base di ogni loro canzone e che influenzi perfino le loro performance sul palco. Recentemente si sono esibiti al Tempio Voltiano a Como e tra una canzone e l’altra hanno lanciato dal palco un po’ di riferimenti politici, non casuali. “Ma quindi abbiamo saputo della vicenda di Berlusconi che il sesso con minorenni si sta legalizzando, allora ridateci Billy Ballo!”( riferendosi ad una figura comica italiana finita in carcere per pedopornografia), o, sempre scherzosamente, come introduzione a “Questo è un grande paese” abbiamo avuto un sottofondo di politici italiani alle prese con un inglese imbarazzante e maccheronico. Un minuto, ma di grande intensità, è stato dedicato ai problemi sociali a cui è dedicato l’intero concerto. Lo Stato Sociale fa critica della critica e durante il concerto nel pieno della canzone si arresta 5 minuti esistenziali, sostenendo “adesso vediamo che dice la critica”, come dei bambini all’epifania in attesa di caramelle. Come diceva Oscar Wilde: meglio che si parli di sé che non se ne parli affatto. Così fanno loro, scrivendo appositamente canzoni che sembrano, come sono state definite, “Vuote, un marasma di parole che ti fanno luccicare gli occhi senza aver capito il senso, non l’Italia peggiore ma il peggio dell’Italia” ma in realtà di grande valenza, grazie all’equilibrio tra una leggerezza strutturale e un risvolto amaro. Il loro tallone d’Achille sono certamente gli slogan e la semplicità espressiva: pochi concetti, forse banali, ma che l’Italia in questo momento ha bisogno di sentire anche, perché no, con una risata. Anche l’etimologia del nome del gruppo può evidenziare la loro identità. Cos’è “Lo Stato sociale”? una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fonda sul principio di uguaglianza, ma che viene definito anche “welfare state” ovvero uno stato di benessere (ancora qui non casuale il titolo dei primi singoli usciti chiamati Welfare pop): questo stato di benessere lo raggiungo ballando, scherzando, divertendomi e “cazzeggiando” ma pur sempre ricordando lo sfondo critico nei confronti della società, e cioè l’importanza dell’uguaglianza dei diritti. Un esempio può essere dato dal brano “Senza macchine che vadano a fuoco”: “se non la posso ballare, allora no, non è rivolta”.

L’Italia peggiore è composto di 14 brani definiti autobiografici dal gruppo: “le canzoni sono cucite addosso ad ognuno di noi: racconti musicati, pezzi deliberatamente pop, ovvero autentici momenti di libertà”. Infatti vedono una prima interpretazione canora da parte di “Checco” di “Carota” e di “Alby”, ed addirittura del padre di “Bebo” nella canzone-racconto “Linea 30”. Il disco ha incontrato featuring come quello con Max Collini e Piotta in “Questo è un grande paese” e con Caterina Guzzanti in “Istant Classic”. Lo stile è quello di un elettronica mista a reggae/ska, ma fondamentalmente di un pop che ha più un retrogusto sintetico. La copertina dell’album è frutto di un artwork realizzato dalle grafiche Cristina Amodeo, Fada Full, Martina Galetti, Kerin, Cristina Spanò, Elisabetta Percivat (tutte rigorosamente donne giusto nel momento in cui risuonava il dibattito sulle quote rosa). Rappresenta una serie di teste d’asino a cui ciascuna artista dà una valenza diversa: chi si è ispirata ad uno stile giapponese, chi all’aneddoto dell’asino e Dio e chi ha preso l’asino come metafora del bambino scolastico giudicato più stupido o indisponente. Lo Stato Sociale in un’intervista ha commentato “Che sono un bel simbolo, fanno ridere ma sono anche spiacevoli per chi le indossa. Solo che noi siamo abituati a sentirci dire “asini!” e ci è montato un vuoto cosmico interiore che è stato prontamente risolto da Matteo Romagnoli (proprietario dell’etichetta Garrincha)”. Gli Stato Sociale hanno trovato la soluzione per autocaricaturarsi e caricaturare l’Italia,: sono degli asini, ma in fondo questo povero animale è spesso maltrattato per la sua testardaggine scambiata per stupidità, mentre sono animali che lavorano sodo e fino in fondo per raggiungere i propri risultati.

E noi, abbiamo imparato ad autocriticarci invece che criticare sempre il prossimo? Citando gli Stato “meditate gente, me-ditate!”


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