Milano se ne frega

di Samuela Serri

Ma però (3)

A volte penso che Milano sia soltanto questo: il suono della fisarmonica in un tram mentre fuori, fra gli alberi morti, i piccioni si contendono un tozzo di pane.

Per raggiungere la mia torrefazione preferita bisogna prendere l’1, una delle linee di tranvai più vecchie in città. Una linea storica per il centro storico. E quello che non si vede dal finestrino! Ma oggi è una giornata piena di sole, e io ho una macchina fotografica, e una penna, e un quadernetto.

Piazza della Repubblica non è una vera piazza: è più che altro un nodo, un ingorgo di strade. Da qui alla stazione centrale c’è ancora un chilometro: un chilometro tutto dritto verso l’infinito. Sull’intelaiatura della finestra c’è scritto “non sputare”. Il manovratore manovra le sue leve, lo scatolone scampanella, e via che si va. Un nuovo palazzo azzurro si allunga a sfiorare il cielo. È la Torre Diamante, così “artificiale” nella fattura da stonare quasi con la linearità di questi lunghi nastri di cemento che qui sono le strade, e ce ne vuole. La carrozza si dirige con decisione verso il centro cittadino, lambisce dolcemente i giardini di Porta Venezia e le loro promesse di delizie. Sulla destra la Ca’ Brutta: la prima opera di Giovanni Muzio, novecentista: tutto un intrico di elementi classici, ma quasi usati a sproposito, che promettono la simmetria e poi ci disilludono. Beh, e lo diciamo noi che veniamo dalla Stazione, l’”assiromilanese”. Altro intrico di strade in Piazza Cavour. Passiamo sotto la vecchia Porta Nuova, una volta Porta Aurea, qui scorreva il tracciato prima romano e poi medioevale delle mura, e imbocchiamo un’altra delle arterie del centro cittadino: via Manzoni. Ecco tutta una sfilata di palazzi storici, oggi trasformati in lussuosi hotel o ristoranti: qui le aziende più danarose hanno i loro spazi espositivi e, a guardar bene, si aprono squarci di verde nei cortili delle case. Una casa più particolare delle altre è certo il Museo Poldi Pezzoli: rifugio di un eccentrico e danaroso signore milanese, collezionista d’arte, purtroppo in gran parte distrutta dai bombardamenti della guerra. Ma si mantengono ancora piccoli dettagli preziosi: come il bovindo di vetri colorati in stile liberty che è una gioia per gli occhi, e quel mix straordinariamente eclettico di alto e basso, buono e cattivo gusto, tipicamente milanese. E, non da ultimo, su via Manzoni (e già il nome dovrebbe darci un’idea della milanesità di questa via) sorge anche il palazzo in cui nacque C.E.G., il tanto amato Carlo Emilio Gadda. Quando, non è dato di sapere.

Ed ecco che arriva (troppo, troppo in fretta!) un altro edificio simbolo della città: il teatro. Quindi La Scala, il Cordusio (altra piazza che è più strada, sorvegliata ai lati dai palazzoni delle Generali e dell’Unicredit), e via di corsa fino al Castello Sforzesco e al Foro Bonaparte. Qui sorge da qualche mese il tanto contestato Expo Gate, che, fra tutti i difetti che può avere, bisogna perlomeno dire che rispetta le tante “prospettive” milanesi: quei grandi colpi d’occhio su strade perfettamente dritte che sono l’altro lato della confusione e del caos cittadino. E un buon esempio lo troviamo poco dopo: superato il Foro Bonaparte l’1 si avvia ad uscire dal vero e proprio centro storico per imbarcarsi lungo corso Sempione: il parco e l’Arco della Pace si allontanano sempre di più in un gioco prospettico pulito, molto “classico”. Che Milano ami la simmetria?
Finalmente si mostra la Milano impiegatizia: grandi superfici finestrate, innumerevoli cubicoli di lavoro. Le banchine delle fermate sono semplici marciapiedi di cemento lungo la grande strada che porta fuori dalla città. Qui anche i primi segni della crisi: sempre lei, la proverbiale. La zona si anima solo all’ora di pranzo: quando gli impiegati escono dagli uffici spinti dalle necessità mangerecce. Il mix è sintomatico: ai numerosi bar e ristoranti si affiancano piccoli discount in cui è possibile trovare di tutto, dalla birra in lattina alle matite colorate per i bambini, e negozi di “cartoleria e tutto per l’ufficio”.

Una volta ci piacevano le cose preziose, piene di linee curve, armoniche…Poi abbiamo imparato a chiamare belle le cose brutte. Abbiamo costruito case razionali, scuole razionali, macchine squadrate e rigide: per il popolo, il lavoro, la capienza. Una volta…
Ma la città meneghina tutto questo non lo sa. Milano se ne frega. Questo assurdo mix architettonico è ancora in centro il panorama ottocentesco di volute, ricami, colori chiari e palazzi a colonne. La città vecchia (perché anche Milano ha una città vecchia, tutta viuzze e stradine curve, incroci e broletti, magnificamente irrazionale) si incontra di tanto in tanto con qualche edificio nuovo: da qui la sua assurdità, il suo meraviglioso eclettismo. Perché, come ho già scritto una volta, Milano vuole dimenticare ma non ci riesce. Anzi, non si applica.

La mia fermata si avvicina. Scendo. Bevo un caffè. Torno.

 


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