Acquari cittadini: i passages a Milano

di Samuela Serri

Ma però (3)

Giusto per ricordarlo: l’anno prossimo Milano festeggerà i 150 anni della Galleria Vittorio Emanuele II. Nome pomposo, assai, in verità, e i milanesi usano chiamarla semplicemente “la Galleria”, per antonomasia. E non sbagliano: è la più grande in città, e una delle più grandi a livello nazionale (ricordiamo da viaggi precedenti la meravigliosa Galleria dell’industria Subalpina a Torino). Siamo a metà Ottocento, e anche l’Italia comincia a guardare all’Europa, alle sue costruzioni avveniristiche in ferro battuto, alle belle gallerie commerciali coperte – passages, per dirla à la Benjamin. Eppure Milano ha moltissime gallerie, dalle più semplici, onesti corridoi commerciali coperti, alle più ornate e abbellite dalla fantasia dei costruttori. Gallerie che non smentiscono né il loro intento originario, quello di essere luoghi di incontro (spesso, per non dire sempre, al loro interno erano e sono presenti un teatro e almeno un caffè) né quell’alone che la letteratura ha costruito loro intorno.
Se in un passage parigino Émile Zola ha ambientato la sua Teresa Raquin, descrivendolo come una piccola galleria dalla luminescenza scars30032014093a e azzurrognola di un acquario (e qui, mi spiace, ma dobbiamo per forza ricordare Michele Mari) Scerbanenco in un racconto del suo Milano calibro 9 ricorda il night club della galleria Manzoni – descritto come famoso ritrovo della malavita milanese. Night club che tuttora esiste, per inciso, anche se non ho ancora avuto la grazia di visitarlo. La stessa galleria poi ha ospitato per anni uno dei centri maggiori della cultura letteraria in fieri della città: la libreria Einuadi di Aldrovandi, dove era solita riunirsi l’élite intellettuale milanese, da Montale a Sereni, da Ferrata a Gillo Dorfles, a Lalla Romano. imagesSpesso poi, come abbiamo visto, un passage ospitava o si trovava nelle vicinanze di un teatro: Teatro alla Scala per la Galleria, il teatro Manzoni nella galleria omonima, Teatro Nuovo nella galleria del Toro in Piazza San Babila. Altre gallerie invece hanno fatto parte della vita culturale in modo indiretto, come la galleria Mazzini: prima chiamata galleria Carlo Alberto, poi semplicemente Motta (dal nome del bar al suo interno) era il luogo, tranquillo e pacato nella sua pulita architettura neoclassica, dove Quasimodo usava dare appuntamento alla futura moglie Maria Cumani.

09052014132Possiamo identificare grosso modo tre periodi in cui la frenesia edilizia cittadina ha dato vita a questi innumerevoli passages, concentrati in zone in realtà abbastanza circoscritte della città: la metà dell’Ottocento (dalla costruzione della prima e perduta Galleria De Cristoforis, la contrada de veder, a quelle del Corso e Vittorio Emanuele); il primo dopoguerra, con gallerie sostanzialmente ancora figlie dell’Ottocento, come quella di via Meravigli, caratterizzata dal marmo e dallo stile liberty in auge al momento della sua costruzione, il 1928;DSC_0051 il secondo dopoguerra, con il fiorire delle grandi firme architettoniche che si occupavano spesso di gallerie commerciali: Giò Ponti per quella in Piazza San Babila, le speculari Passerella e San Carlo, la galleria della Rinascente, la Hoepli, la Sala dei Longobardi, la rinnovata galleria De Cristoforis.

Le zone in cui la maggior parte di esse sono concentrate sono essenzialmente la zona Duomo-San Babila, il Cordusio, Corso Buenos Aires e Piazzale Loreto. Diverse sono poi le gallerie completamente sotterranee: molti di noi le attraverseranno quotidianamente con grande probabilità. Sono gallerie la cui funzione commerciale è sostanzialmente l’unica ed è ancora attiva e ben presente: il Sottopasso Duomo (una volta Civica Galleria Sotterranea), la Sottovia Mercanti, la Sottovia Santa Radegonda, la Galleria del Sagrato (dove oggi c’è un frequentato ATM Point), la Comunale (ora c’è un Infopoint del Comune di Milano.)

Una chicca per finire: a metà di via Montenapoleone, all’incirca dalle parti del n° 25, potete trovare il passage più antico e paradossalmente uno dei più moderni di Milano. E’ il “portico del lattée”, ovvero del lattaio, un piccolo passaggio che collega via Montenapoleone a via Bigli: creatosi in seguito ai bombardamenti della città nel ’43, uno dei suoi muri laterali è costituito dal muro di un antico oratorio romano dell’XI secolo precedentemente inglobato nell’edificio adiacente, distrutto dalle bombe. Se è lecito trovare un minuscolo aspetto positivo nella devastazione del ’43, questo è in lizza: ci è stato così parzialmente restituito l’antico oratorio di San Donnino alla Mazza, la cui parrocchia fu soppressa nel 1787 (mentre la chiesa fu demolita nel 1830).

Milano, Milano! La città che vuole dimenticare, ma non ci riesce! Parigi costruisce continuamente storie attorno a sé, mentre Milano cerca di occultare, dandosi sempre una patina di brillante levità, per poi tradirsi nelle periferie. Bisogna saper leggere questa città, esattamente come gli uomini del Medioevo leggevano i portali delle chiese o i manoscritti miniati. I passages sono un piccolo segno di due secoli che non sono andati perduti, un segno pieno di fascino.

 


Un elenco completo delle gallerie di Milano è presente nel volume: Le gallerie di Milano, Riccardo Di Vincenzo, Milano, Hoepli, 2009.
Qui e qui poi potete vedere e leggere dell’avanzamento dei lavori di restauro della Galleria Vittorio Emanuele in vista dell’anniversario del prossimo anno.

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