L’inconnue, ovvero UNDER THE SKIN di Jonathan Glazer

di Fabio Quartaroli

Ma però (10)

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Una predisposizione a fare l’outsider mi ha spinto a percorrere più di 40 km in una notte buia e tempestosa, per raggiungere un piccolo cinema da oratorio con lo scopo di vedere una seconda volta Under the skin, film di Jonathan Glazer, contro le tonnellate di critiche negative e accuse di scarsa originalità che si possono trovare in rete.
Tutto inizia con uno schermo nero e una piccola luce che si avvicina lentamente, facendo intuire la scelta del regista di creare un prodotto pieno di simboli e povero di parole, faticoso per chi non si voglia concedere un minimo sforzo mentale, considerando anche che il romanzo di Michel Faber a cui si ispira è spolpato fino alla buccia.
L’aroma fantascientifico si fa sentire dalla prima scena, in una danza di pianeti che vagamente ricorda il valzer di 2001: Odissea nello spazio, ma silenziosa fino alla comparsa di suoni farfugliati che evolvono pian piano in parole: l’addestramento alla missione sulla Terra di una aliena antropomorfa, ovvero la caccia di giovani maschi sani e forti, la cui carne è molto ricercata nel suo pianeta d’origine.
10708026_10203788752393537_400104736_nUna Scarlett Johansson ben tornita interpreta questo extraterrestre con pelliccia e rossetto rosso, alla guida di un furgoncino per le strade della Scozia, mentre adesca un passante dopo l’altro, il tutto come ripreso da spycam nascoste nel cruscotto, per rendere un maggior senso del reale o da “candid camera”, così qualcuno ha scritto.
Proprio in questa fase della storia assistiamo a scene di una bellezza estrema: l’aliena senza nome (Isserley nel romanzo) accompagna la preda nella sua “tana”, in un lento striptease reciproco, mentre il malcapitato ipnotizzato sprofonda inghiottito dal pavimento; scenografia ridotta al minimo e musica che scandisce il passo seducente della Johansson creano una perfetta atmosfera, tesa come una corda di violino.
Tra successi e fallimenti, sotto l’occhio supervisore di un altro alieno (mi sembra così démodé “marziano”) camuffato da motociclista, il film prosegue fino all’incontro con un ragazzo affetto da neurofibromatosi, una rivelazione che interromperà questa sequenza meccanica.
L'inconnue, ovvero UNDER THE SKIN di Jonathan GlazerPer questo motivo il genere in cui è stato classificato il film è riduttivo, se non erroneo, in quanto non abbiamo astronavi o cervelli robotici, ma “semplicemente” i dilemmi esistenziali di un essere non terrestre che tenta di intraprendere una vita più umana in clandestinità.
Paradossalmente, questa fase del film è molto più lenta della precedente: c’è l’incontro con un buon samaritano e la presa di coscienza dell’impossibilità di cambiare la propria natura durante un tentativo di amplesso, quindi l’isolamento dall’umanità, che però porterà ad una drammatica conclusione. Molte critiche sono state indirizzate a queste scene, considerate povere di sentimento, ma francamente posso incolparle solo di un’eccessiva frettolosità, pur nella loro lentezza quasi noiosa.
Abbiamo anche un cambiamento radicale nella fotografia, che passa dal mezzo busto della ragazza-aliena alla guida del suo mezzo a riprese da distanze chilometriche, dove la protagonista diventa un puntino in movimento, sperduto in una terra desolata.

Quindi un film dai pochi dialoghi, ma da una grande attenzione per l’immagine, sia che si tratti di riprese di vita reale dallo stile documentaristico, sia di scene artificiose, giocate principalmente sulla sovrimpressione, forse il più antico nella storia degli effetti speciali:qui non solo limitato a due immagini, come nella dormiente che appare tra gli alberi, ma spinto all’eccesso caotico dell’utilizzo di diecine di riprese sovrapposte da cui emerge il volto di Isserley, come la Sindone.
Un aspetto di quest’opera che mi ha fatto arricciare il naso è la scelta di rileggere il libro in una chiave sessuale, come se il sesso fosse alla base di ogni relazione interpersonale, e quindi dalle siringhe di anestetico nel romanzo si è passati a vere e proprie scene di seduzione stile “femme fatale”; comunque questa rimane una interpretazione sociale che seppur limitata può essere condivisibile.
Uscendo dalla sala mi rendo conto di non aver assistito ad un capolavoro, ma quantomeno ad una buona dose di bellezza nell’attesa del prossimo film.

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