Say goodbye Hollywood

L.A. come epifania del capolinea dell’umanità in Meno di zero, capolavoro di Bret Easton Ellis

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

You could travel the world
But nothing comes close to the golden coast
Once you party with us,
you’ll be falling in love
Katy Perry – California gurls

Pochi giorni dopo l’uscita de Il Più Grande Artista Del Mondo Dopo Adolf Hitler (opera imprescindibile di Massimiliano Parente, non lo si ripeterà mai abbastanza), Francesco Borgonovo ne pubblicava su Libero un’accattivante recensione1. In questa Parente veniva messo in relazione a altri scrittori della scena mondiale. Si facevano i nomi di Houellebecq, in Francia, di Herman Koch, in Olanda, e infine di Palahniuk e Bret Easton Ellis, negli U.S.A. Dal momento che per me è sempre fondamentale leggere seguendo una logica, un discorso, ho fatto tesoro di questa traccia. Due amiche, Letizia Poli e Carlotta Grasselli, mi hanno levato dall’imbarazzo della scelta del punto di partenza, ragalandomi Fight Club e Soffocare. Colgo anzi l’occasione per ringraziarle ancora (in particolare Letizia, che ha capito al volo in che vasca mi piace nuotare e ha scelto i titoli). Pur con qualche riserva, Palahniuk mi ha decisamente catturato, facendomi segnare il suo nome nella lista delle frequentazioni abituali. Ho poi proseguito con La cena di Herman Koch, sul quale calo invece volentieri un velo pietoso, anzi pietosissimo. Ma ammetto che gli apprezzamenti di Daria Bignardi e Niccolò Ammaniti sulla quarta di copertina, nonché la garanzia di Repubblica che si trattava di un vero e proprio caso internazionale, nonché più in generale l’entusiasmo quasi unanime del pubblico europeo avrebbero dovuto mettermi in guardia. Per riprendere quindi un po’ quota dopo i bassi dei Paesi Bassi, ho pensato di rifare una puntatina in America (del nord, s’intende), dove notoriamente vedono più lungo di noi, infatti hanno messo fuori legge il Comunismo. La scelta è caduta su Meno di zero.

Say goodbye to Hollywood

Realizzare appieno che Bret Easton Ellis aveva solo vent’anni quando è stato capace di stendere un lavoro a tal punto perfetto, certo nel suo genere, ma in quello davvero perfetto, è qualcosa che lascia a metà strada tra l’euforico e l’avvilito. Avvilito per chi come me è impegnato in un accurato lavoro di reperimento di tutto quello che scribacchiava a vent’anni, o peggio prima, fossero anche biglietti della spesa, al fine di annientarlo.
La situazione, quello che di solito la gente chiama “la Trama”, è semplice, molto semplice, praticamente meno di zero: Clay, figlio diciottenne di superricchi di Beverly Hills, torna a L.A. dal college nel New Hempshire per le quattro settimane di vacanze invernali. Il resto non è altro che una descrizione di quello che vede: fiumane di giovanissimi della Top Class californiana che passano le giornate a andare nei club per fare qualcosa di diverso dal niente, a andare alle feste per fare qualcosa di diverso dall’andare nei club, a farsi di coca per fare qualcosa di diverso dall’andare alle feste, a fare sesso per fare qualcosa di diverso dal farsi di coca, a guardare snuff movies per fare qualcosa di diverso dal fare sesso, a sequestrare, drogare e violentare bambine per fare qualcosa di diverso dal guardare snuff movies, in un parossismo di aberrazione che rivela la formula: a fare qualsiasi cosa per fare qualcosa di diverso dall’esistere.
Detta così, mi rendo conto, sembra la solita solfa della gioventù bruciata, variazione su quei cliché da psicologi e shampiste (trova le differenze) che hanno prodotto valanghe di discorsi da bar del tipo: “I giovani non c’hanno più i valori! Se avessero visto la guerra allora sì che c’avrebbero i valori!”, o del tipo, simmetrico e complementare, “I giovani bisogna capirli perché c’hanno la guerra dentro, loro!”, entrambi di una retorica, faciloneria e ignoranza senza pari.

Ma è proprio qui che gioca, e vince, la sua partita l’incredibile maestria stilistica di Ellis: cambiando campo. L’annichilimento di ogni emotività, di ogni estetica e morale, registrato dal narratore, non è il risultato di scelte imputabili ai singoli o alla società nel suo complesso, a quell’occidente capitalista che oggi va tanto di moda demonizzare, quasi che si dessero reali alternative a esso. Non sono il risultato di una deriva che avrebbe potuto essere evitata se i giovani avessero continuato a andare a catechismo (c’è da non crederci, ma l’ho sentita davvero). Il capolinea della società occidentale che ha luogo sulla costa più occidentale del globo, l’ovest più a ovest che ci sia prima di tornare a essere est, la west coast appunto, è il capolinea fisicamente inevitabile dell’umanità tutta, poiché nella luce di un benessere e di una ricchezza ormai al riparo da ogni necessità materiale le cose possono mostrarsi per quello che sono: meno di zero, appunto. In questo senso, meno di zero viene a essere non tanto, anzi per niente, un giudizio di valore, un giudizio morale. Sembra piuttosto essere il risultato di una misurazione scientifica, di un’obbiettività: Ellis misura con lo strumento della letteratura l’intensità dell’esistenza di un campione esemplare della società capitalista occidentale, e quindi, piaccia o meno agli entusiasti delle culture “altre” ammetterlo, dell’umanità intera, e il risultato della misurazione è meno di zero.

ellisIl discorso è quindi effettivamente analogo a quello di Massimiliano Parente: l’ipertrofia degenerativa della società occidentale è senz’altro aberrante, ma la vera tragedia è che proprio nella sua aberrazione essa rappresenta il trionfo delle possibilità dell’umano. Ne segue necessariamente che il trionfo delle possibilità dell’umano è aberrante. Giunge così alla chiarezza del concetto la contraddizione intrinseca dell’essere umano: la società che è riuscita a sviluppare al massimo le possibilità economiche e politiche umanamente sviluppabili è quella cui spetta il discutibile privilegio di rendersi conto che quello stesso sviluppo politico e economico è assolutamente nullo, pur restando l’unica strada percorribile. Vagheggiare soluzioni utopiche e/o esotiche significa solamente distogliere gli occhi dalla consapevolezza di questa contraddizione, rinunciando così all’unico momento di libertà a disposizione dell’uomo: quella della consapevolezza. Cioè della letteratura. Cosa che ovviamente Bret Easton Ellis non fa. Il punto della questione diventa quindi la risposta che Rip, pusher di Clay, dà allo stesso Clay nel momento in cui questi gli fa notare che “Non ti manca niente, hai tutto.”: “No, non è vero, […] non ho niente da perdere.”, perché il possesso di qualsiasi cosa rivela immancabilmente quanto qualsiasi cosa sia, in fin dei conti, perfettamente irrilevante.
Segue da tutto ciò quell’azzeramento totale di ogni sentimento e emozione cui accennavo prima e in cui il genio di Ellis dà il meglio di sé. Ho scritto più sopra che il narratore, cioè Clay, non fa altro che descrivere, anzi registrare, ciò che vede. Questo è più che mai vero nel caso delle azioni stesse del protagonista: il tempo della narrazione è il presente, e Clay ci dice dove va, cosa che fa, chi incontra, le sue azioni e più ancora le sue reazioni; ma niente di tutto ciò è mai accompagnato da un’esegesi delle emozioni che causano le sue azioni o reazioni, poiché queste semplicemente non esistono. È il grado zero (appunto) di ogni emotività, di ogni sentimento, inghiottiti entrambi nel buco nero dell’irrilevanza che rende identico fare una cosa, non farla, o farne un’altra qualsiasi: sembra di assistere a una sorta di meccanismo chimico assolutamente fine a se stesso e rigorosamente senza causa finale (in breve, sembra di assistere all’esistenza di chiunque). La padronanza stilistica di Ellis porta questo azzeramento emotivo a un punto tale da creare quasi uno sdoppiamento nel narratore/protagonista: Clay vede se stesso fare delle cose e ci dice che sta facendo delle cose, il tutto nel più assoluto silenzio emotivo, come se stesse guardando se stesso protagonista di una scena immersa nell’acqua, in cui ogni suono, ogni residuo di sentimento è categoricamente impossibile.
E a illuminare questo teatro degli orrori, che diventa epifania del mondo nella sua compiutezza, il sole della California, della golden coast: un sole tremendo, accecante, che spacca le pietre e mostra ogni cosa in un nitore spietato, che alza la temperatura a volte ben oltre i quaranta gradi, quasi a fare da contrasto, e compimento, a quell’esistenza umana la cui temperatura resta, inevitabilmente, meno di zero.


1Cfr: http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/1394809/Parente-a-lezione-di-arte-e-scrittura-da-Hitler.html

2 thoughts on “Say goodbye Hollywood

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