Una visione su troppe. Citazioni da una visita al Vittoriale

di Linda Taietti

Ma però (5)

Già vano celebratore di palagi insigni e di ville suntuose, io son venuto a chiudere la mia tristezza e il mio silenzio in questa vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi quanto per porre a più difficile prova la mia virtù di creazione e di trasfigurazione.

Il complesso monumentale del Vittoriale, in cui Gabriele D’Annunzio visse e morì (e tuttora giace, nel Mausoleo) invita ad entrare il passo curioso dei visitatori, o turisti, o in qualsiasi modo ci si voglia definire.IMG_0835La casa, i giardini, il Museo della Guerra e il recente “D’Annunzio Segreto” (ampio salone che ospita abiti ed accessori del poeta e delle sue amanti) sono parti che acquistano pieno significato se considerate nella loro unitarietà, inserendosi armonicamente nell’ambiente di pregio che le avvolge, il lago di Garda, costruendo un dialogo fra natura e opera umana.

IMG_0831Clausura fin che s’apra- silentium fin che parli, recitano le parole apposte sulla porta d’ingresso alla casa, denominata Prioria.
Si oltrepassa la soglia e ci si sente estranei, indegni.
Il vestibolo, il soffitto alto, la luce che penetra faticosamente dalle imposte: D’Annunzio, dopo l’incidente che gli causò problemi agli occhi, amava gli ambienti bui. L’atmosfera cupa concorda con i numerosi simboli di morte e contrasta con l’ininterrotta e vivificante ricerca estetica che s’impone. Il dissidio è ben rappresentato dal letto su cui il poeta si stendeva a meditare: a forma di culla, ma stretto come una bara.
Da subito appare l’incredibile quantità di cose accumulate nell’edificio. Più di diecimila oggetti. Per non parlare dei libri, ovunque, soprattutto nelle pareti.

E qui non a impolverarsi ma a vivere son collocati i miei libri di studio, in così grande numero e di tanto pregio, che superano forse ogni altra biblioteca di solitario studioso.

IMG_0844Ho scritto casa, edificio? No, mi correggo.
Si tratta di un’opera d’arte che finge di essere una casa. Non c’è niente che abbia casalinga naturalezza, niente di banalmente domestico (tranne la cucina, infatti è il luogo in cui D’Annunzio mai metteva piede). Tutto pretende attenzione estetica.
È il perenne ricordo di una vita inimitabile, e anche di quanto gli italiani compirono durante la prima guerra mondiale, come rammentano l’aereo del celebre volo su Vienna collocato nello Schifamondo, la parte più recente del complesso, il MAS della Beffa di Buccari (sigla che, per deformazione poetica, D’Annunzio interpretò come Memento Audere Semper, “ricordati di osare sempre”) e la nave Puglia, donata dalla Regia Marina.
La Stanza del Mascheraio, dove Mussolini attese di essere ricevuto, la Stanza della Musica, la Sala del Mappamondo e quella delle Reliquie…
È un viaggio vorticoso (non è possibile soffermarsi troppo, bisogna stare al passo della guida, la quale procede rapida, considerati i numerosi gruppetti di visitatori), che al termine lascia a chi ne fa esperienza un senso di abbandono e lieve disorientamento: troppa ricercatezza passa attraverso gli occhi.
La vista cerca di posarsi e leggere intorno: la poesia è complessa, artificiosa e armonica al tempo stesso.
Una poesia creata da D’Annunzio, nella sua Officina, lo studio in cui l’eterna musa, Eleonora Duse, è presente in forma di statua velata da un panneggio: il suo sguardo, altrimenti, avrebbe avuto il sopravvento sull’ispirazione.
Una poesia che prende vita, in modo particolare, dai modelli del sommo Dante e Michelangelo, l’artista-poeta, ricordati con riconoscenza in ritratti, copie di opere e di statue.
S’incede come burattini nelle mani di D’Annunzio, come spettatori manovrati da un progetto pensato nel dettaglio.

Tutto infatti è qui da me creato e trasfigurato.
Tutto qui mostra le impronte del mio stile nel senso che io voglio dare allo stile.

La bellezza è stata creata, e con un’intenzione stilistica ricca e ardua, così che ognuno è catturato da un particolare diverso, unico, studiato in profondità, non casuale. La superficialità, il peggior vizio secondo Oscar Wilde, qui non è contemplata.
Il Vittoriale è la citazione di se stesso che Gabriele D’Annunzio ha scelto noi leggessimo, e portassimo via, cogliendola come una rosa, senza pungerci con la spina. Non è questa forse la scritta che campeggia in quelli che sono espressione di un pensiero di rara spontaneità, i giardini?

Rosam cape, spinam cave
Cogli la rosa, fai attenzione alla spina


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