Le città senza fiumi

di Samuela Serri

Ma però (3)

Un fossato di sorprendente bellezza e larghezza
che circonda questa città da ogni parte
e contiene non una palude o uno stagno putrido,
ma l’acqua viva delle fonti popolata di pesci e gamberi.
(Bonvesin de La Riva)

«Ricorda il molle e sgocciolante rumore della grande ruota che girava nel Naviglio di via Fatebenefratelli, quel battere secco e ovattato delle pale di legno sui marciapiedi, che, udito al mattino dal letto, annunciava a noi bambini l’arrivo della neve […]? Com’era bella Milano allora! Allora, lasciata Trieste, frequentavo il collegio Longone (annesso al Parini), c’era il Naviglio lì davanti con i barconi che vi scivolavano sopra, e cos’eran quegli umidi e gonfi giardini delle case immerse nell’acqua!»

A parlare qui è Giorgio Strehler, in un’intervista con Camilla Cederna datata 1961. A questa data la memoria di Milano come città sull’acqua ancora non è sopita, una città che non assomiglia per niente al centro cementificato che conosciamo, ma che doveva essere simile ad una sorta di piccola Venezia, o Amsterdam, con numerosi canali, darsene e laghetti.
La toponomastica milanese ci aiuta in questo nostro piccolo viaggio. In momenti come quelli odierni, quando più che mai si avverte a Milano la presenza dell’acqua, forse è bene ricordare il profondo rapporto che questo luogo ha sempre intrattenuto con il territorio.

mappa

DSCN0157Per chi non avesse familiarità, Milano è una città a pianta radiale, con al proprio centro il Duomo, in questo caso vero e proprio cuore pulsante di questo sistema liquido di canali e canaletti, mobile circolazione della città. 467px-Navigli_di_Milano_Laghetto_Santo_Stefano001Infatti è proprio attraverso il sistema cittadino dei canali (prima tramite il Lago Maggiore e il Ticino, poi lungo i Navigli) che il marmo di Candoglia usato per la costruzione della cattedrale giungeva fino in centro, e più precisamente in via Laghetto, dove si trovava una piccola darsena (appunto un laghetto) in cui approdavano i materiali. Muovendoci poco lontano troviamo poi, per esempio, toponimi come Via Pantano, Via Ponte Vetero (in zona Brera), Via San Giovanni in Conca, Via Conca del Naviglio, Via Molino delle Armi, Vicolo lavandai…ognuno di questi ci ricorda le opere messe in atto dall’uomo per piegare o sfruttare la forza dell’acqua: ponti, conche, e un mulino che doveva servire ad arrotare spade.

Ora, senza addentrarci troppo nella spiegazione particolareggiata dell’idrografia milanese, che è tanto complicata da parere un labirinto, qualche spunto: fin dalla fondazione da parte dei Galli Insubri Milano era posizionata al centro della zona delle risorgive fra Ticino e Adda. 1024px-Olona_a_Milano01Tre grandi fiumi poi, con l’ingrandirsi della città in epoca romana, diventarono importanti: il Seveso, più vicino alla città, il Lambro (che scorreva ad est, nelle zone attuali di Lambrate e del Parco Lambro) e l’Olona, che alimentava il fossato a protezione della città creato nel XII secolo nello spazio lasciato vuoto dall’estrazione della terra dei Bastioni: la cosiddetta Fossa interna. Con l’avvicinarsi del basso Medioevo si cominciò a sfruttare la pervasiva presenza dell’acqua, che riaffiorava in ogni luogo dando origine a pantani, ma consentendo anche l’approvvigionamento idrico della città (solo in zona Piazza Missori sono stati ritrovati ben 12 pozzi), anche in senso civile, cioè per l’irrigazione dei campi. È in questo periodo che nasce quella che conosciamo come cerchia dei Navigli, dall’evoluzione della Fossa interna e con la costruzione, ad opera degli Sforza, del Naviglio Grande e del Naviglio della Martesana, che attraversano tutto il territorio milanese da ovest ad est e sono i primi canali ad essere pensati come navigabili. Qui si colloca anche Leonardo da Vinci, che fu a Milano fra il 1482 e il 1500, e che qualcuno vuole inventore del complicato sistema di conche che resero navigabile buona parte della città, come, ad esempio, la conca dell’Incoronata, fra il naviglio della Martesana e la cerchia interna, o la conca di Viarenna, fra l’anello interno e il Naviglio Grande (questa però ha origine assai più antica). Per intenderci, la fossa interna percorreva le vie Carducci, De Amicis, Molino delle Armi, Santa Sofia, Francesco Sforza, Senato, Fatebenefratelli, Pontaccio, per poi ricongiungersi al Castello, dove le acque si incanalavano di nuovo per Via Carducci tramite l’odierno piazzale Cadorna.
Fra il 1600 e il 1800 la grande disponibilità di acqua fresca che giungeva da nord alla città tramite il sistema dei navigli favorì la costruzione di numerose ville con giardini e giochi d’acqua, (pensiamo ai Giardini pubblici o a quelli di Villa Belgiojoso alimentati dall’Acqualunga) e permise la costruzione di grandi orti e frutteti, mentre nella zona a sud, dove i navigli giungevano ormai lenti e sporchi, crebbero i quartieri popolari, dove l’acqua era spesso utilizzata ai fini del lavoro.

Le città senza fiumi

L’altro periodo che a noi interessa particolarmente per capire gli sconvolgimenti degli ultimi giorni è quello dei primi venti-trent’anni del Novecento: quando tutto questo complicato sistema idrografico, e non abbiamo menzionato le numerose rogge e torrenti che si dipartono da fiumi e canali, vengono interrati e ricoperti. Si cominciò a parlare di copertura dei Navigli fin dal 1884, operazione che venne tuttavia completata fra il 1928 e il 1930, dando vita a quella che oggi è propriamente la Cerchia dei Navigli, la circonvallazione interna che costò al Comune oltre 27 milioni di lire (dell’epoca). 1024px-Navigli_interni_milano_da_via_Senato_a_Fatebenefratelli01Ugualmente il fiume Olona fu interrato e ad oggi percorre un ampio tratto di territorio fra Rho-Pero e la Darsena.
La città ci guadagnò in igiene e migliore viabilità, ma che dire di quel volto così mobile, liquido, che ad oggi abbiamo del tutto perso? Quando la carta per il Corriere della Sera arrivava in bobine su barconi lungo la via Fatebenefratelli? Che dire delle numerose società sportive e della storica gara del Cimento invernale, ormai sparita per sempre? E di quella sonorità chiassosa e musicale di Sereni e Strehler, quando oggi ci resta tutt’al più il rumore dei clacson e lo smog delle automobili?

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Di Milano si usa dire che c’è tutto, tranne il mare. Eppure allora, Porto di Mare, la stazione della metropolitana? Nel 1907 i più strenui sostenitori della navigazione interna propongono la creazione di un porto in cui raccogliere le acque che naturalmente confluiscono a sud del capoluogo, in zona Rogoredo. Sognano l’accesso diretto al mare, e non al Po. Se inizialmente il progetto è approvato, dopo una serie di peripezie i lavori vengono sospesi, gli scavi riempiti dall’acqua, con la creazione di un laghetto artificiale. Dopo la guerra tuttavia si decide di abbandonare l’idea di raggiungere il mare e di puntare tutto sul collegamento con il Po: si liquida (si fa per dire) il progetto e lì sopra si svilupperà un quartiere residenziale. Oggi i Milanesi devono accontentarsi dell’Idroscalo, bacino artificiale creato negli anni ‘20, quando ancora si credeva che idrovolanti e dirigibili fossero il futuro dell’aviazione. Erano gli anni del generale De Pinedo e dei suoi viaggi in idrovolante sulle Americhe, di Italo Balbo e della Crociera del Decennale. Tuttavia la cosa non andò mai in porto, l’Idroscalo ospitò sempre più società di nuoto e canottaggio e imboccò la strada verso la destinazione “sportiva” che è anche quella attuale.

Questo è il paradosso di Milano, il paradosso del nostro tempo: così tanta acqua e così poca terra ad impedirci di scivolare via.


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