Ti ricordi? Sì, mi ricordo.

di Elena Fantuzzi

Ma però (10)

Estate. Tempo di cinema all’aperto (maltempo permettendo) e rassegne in attesa della prossima stagione. Novità dal grande schermo col contagocce. Allora perché non sfruttare l’occasione per recuperare qualche film che ci siamo persi o – perché no? – riassaporare il nostro titolo preferito? Personalmente unirò le due cose parlando di qualcosa che credo difficilmente possa lasciare indifferente lo spettatore. Indizio? Il titolo contiene un richiamo al periodo dell’anno in cui ci troviamo tutti, al mare, in montagna o in città. Troppo vago? Non molto tempo fa ha vinto il premio del pubblico come miglior film al Torino Film Festival e, proprio con questo film, un “testimone” ben noto al grande pubblico ha ottenuto svariati premi, ultimi dei quali il David di Donatello come miglior regista esordiente e il David Giovani.

Indovinato adesso? Sì, è “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto, meglio noto come Pif.

La mafia uccide solo d'estateC’è qualcosa di speciale nella storia del piccolo Arturo. Non so dire se il suo candore, quello di un bambino alle prese con la propria vita, le proprie domande e la prima cotta per una “donna” (un bel guaio, per il giovane protagonista) nella Palermo degli anni ’70. Anni ben poco candidi, anni a mano armata dal sapore amaro di polvere da sparo e tritolo. Oppure, se le iris alla ricotta che non si possono mangiare per via dei proiettili e il sorriso di un bambino come tanti, che vince il concorso per diventare giovane giornalista, ma c’è poco da festeggiare: hanno ammazzato il generale Dalla Chiesa. Proprio quello che aveva intervistato Arturo qualche giorno prima. O se un travestimento così insolito: niente indiano o principe azzurro, proprio Andreotti. In fondo, sembra l’unico a fornire soluzioni ai problemi di cuore fra i banchi di scuola…

unnamed (1)Ma c’è molto di più. Forse quello che più colpisce e lascia il segno è qualcosa che, di fatto, travalica la finzione cinematografica e va a rompere quella “quarta parete” dello schermo. Per tutti coloro che non hanno ancora visto il film, non racconterò tutta la storia di Arturo. Che, comunque, riesce in un qualche modo a diventare un attento testimone del suo tempo, anche se non proprio da giornalista di punta. Non racconterò la storia di Arturo con Flora, che dai tempi delle elementari (e delle iris) arriva fino al salotto di Bonsuar, agli anni ’80 e a quelli ’90. Alle manifestazioni, alla presa di coscienza, al grido “fuori la mafia dallo Stato!”.

Quello che davvero colpisce è vedere quanto la vita si mescoli con la Storia. Non è affatto banale come sembra. Accade raramente di riuscire a cogliere questo nesso, spesso ci si concentra sulla Storia, quella con la “s” maiuscola, di fatti, date, personaggi più o meno noti e si tende a tralasciarne l’impatto. Sulla vita di ognuno, di tutti i giorni. E non si coglie quanto la Storia (attenzione: Storia che non è mai solo passato, è anche il presente!) sia intimamente legata ed entri prepotentemente in una giornata come tante.

Io non ho vissuto quegli anni. Sono nata a molti chilometri di distanza, “non d’estate”. Non ero ancora nata ai tempi della strage di via Lazio (1969), di Chinnici, Pio La Torre e Rosario di Salvo. Non sapevo neanche che cosa fosse il tritolo e ne capivo ancora troppo poco per seguire il maxi-processo. Forse l’evento più forte che ricordo è stato l’attentato alle Twin Towers nel settembre del 2001. Ma da dietro uno schermo, comunque.

unnamed (2)Non so né potrò mai sapere fino in fondo cosa ha provato chi si trovava in autostrada a Capaci e in una giornata come un’altra, un 23 di maggio del 1992, ha sentito un boato non lontano da sé e visto pezzi di auto volare per aria. O cosa ha provato chi passava per caso per via d’Amelio, poco più tardi, un 19 luglio a Palermo. O ancora cosa si prova a uscire una mattina per un caffè al bar e ritrovarsi con zone rosse e un uomo a terra, il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, per esempio.

E proprio su questo fa centro Pif. Con il suo stile inconfondibile, vagamente documentaristico, mescola l’esposizione di fatti a una velata (e intelligente) ironia e unisce uno sguardo attento e profondo a una leggerezza tutt’altro che banale. E calibrando accuratamente le dosi ottiene qualcosa di unico. Credo mai raggiunto prima: prestare i propri occhi a chi guarda. Per farlo bisogna avere occhi che non solo vedono, ma sanno far vedere. Che sanno prenderti per mano e portarti in giro a raccontarti con la stessa cura e tenerezza con cui si sfoglia un vecchio album di famiglia le vite e l’impegno di uomini coraggiosi. Una storia “molto forte, incredibilmente vicina”. Senza retorica, solo per aprire gli occhi.


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