Intervista con Manu Invisibile

di Francesca Tuzzeo

Ma però (5)

Di Cultura si parla continuamente in libri, saggi, articoli giornalistici, mostre, conferenze, lezioni scolastiche e altri innumerevoli ambiti differenti. Ma cosa si intende, esattamente, per prodotto culturale e artistico, e cosa invece esula da tale definizione? Cosa è ARTE? Trovare una soluzione esaustiva e soddisfacente per questo dilemma è un’impresa ardua, soprattutto in riferimento a forme più moderne di “arte”, caratterizzate da un’indole sperimentale, che per definizione non si adeguano passivamente ad uno schema e a regole tradizionali.

Ne sa qualcosa Manu Invisible, artista che ha dovuto sostenere per tre anni un lungo processo a causa di un murale da lui realizzato in via Piranesi (Milano) nel giugno 2011. Ciò che rende questa vicenda un evento fuori dall’ordinario è la sentenza, emessa dal tribunale di Milano il 17 gennaio 2014: per la prima volta in assoluto è stato riconosciuto dalla legge il valore artistico di un’opera di Street Art, rendendo possibile la piena assoluzione dell’autore.

Quando lo chiamo per telefono Manu Invisible si trova in Sardegna, dove vive al momento; all’altro capo della linea sento una voce allegra e disponibile, che risponde con entusiasmo alle domande. La passione sincera che alimenta il suo lavoro e la sua attività di artista è evidente.

Il murale da cui è nato tutto adesso non è più visibile, purtroppo. Cosa ritraeva?

Si trattava di un paesaggio notturno composto da macchie di colore, che prendevano forma solo allontanandosi dalla superficie dipinta. I miei lavori sono spesso sfumati, evanescenti, dinamici: è una tecnica che amo molto.

Come si è arrivati al processo?
Il muro che ho scelto era di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Avevo un’autorizzazione scritta per lavorare qualche km più avanti, però mi sono spostato troppo oltre e ho ricevuto una denuncia per vandalismo. Le udienze si sono susseguite per anni, perché spesso il mio caso è passato in secondo piano di fronte a reati molto più gravi.

Piazza Schiavone_ BovisaLa sentenza però è stata a tuo pieno favore, creando un precedente importante per chi – come te – realizza murales. Te lo saresti aspettato?
Il giudice si è dimostrata fin da subito aperta e disponibile ad ascoltare le mie motivazioni. Ha riconosciuto che non avevo alcuna intenzione vandalica: il muro non era storico, si trovava in periferia ed era stato precedentemente ricoperto di scritte. Io non mi ritengo un writer, preferisco definirmi… una persona che dipinge (ride). Il mio scopo era decorativo, per restituire valore ad un angolo dismesso della città; 10514502_10204533212918733_6601995654836893370_nil giudice l’ha capito, ha visto che il disegno realizzato corrispondeva ai bozzetti. Ha anche preso in considerazione chi sono e di cosa mi occupo (Manu Invisible ha realizzato moltissimi lavori su commissione, tra i quali anche dipingere piazza Schiavone in Bovisa per conto dello stesso Comune di Milano, oppure l’opera realizzata per il consiglio di zona 6, con la collaborazione di Frode, Tawa e Ivan). Grazie a tutto questo è arrivata alla conclusione che il mio murale era da ritenersi un prodotto artistico, non opera vandalica.

Una dichiarazione che potrebbe fare la differenza, in futuro, se si ripresentassero casi simili.
Senz’altro! Secondo me è stato un grande evento, un’occasione per dimostrare ufficialmente che decorare un muro cittadino può benissimo essere fatto con intenzione positiva; il mio scopo era creare qualcosa di importante per me in qualità di artista, ma anche per tante altre persone.

I murales sono spesso considerati in bilico fra ciò che è arte e ciò che non lo è. A tuo parere, dove si trova la linea di demarcazione tra un’opera artistica e un prodotto vandalico?
Il confine molte volte è labile. Sicuramente un criterio obiettivo è la legalità dell’atto: se non si ha un’autorizzazione scritta, l’opera di fronte alla legge è abusiva. Dal punto di vista artistico, secondo me ogni traccia su un muro, su un foglio o su qualunque altra superficie è da considerarsi espressione personale, anche quando l’autore non ha un briciolo di tecnica o di esperienza alle spalle. Poi quanto venga apprezzato dal pubblico è un altro discorso, legato al background artistico di una persona, al suo percorso di studi…

A questo proposito, tu hai frequentato un liceo artistico: qual era l’atteggiamento prevalente nei confronti della Street Art? Viene accettata come prodotto culturale?
Innanzitutto io preferisco non parlare di Street Art. Bisogna distinguere tra “writing”, ovvero l’atto di scrivere, e “muralismo”, ovvero qualunque opera decorativa realizzata con un’autorizzazione (le differenze poi stanno nella tecnica utilizzata). Il writing viene spesso chiamato “calligrafia contemporanea”, a mio parere con ragione: non sempre sono mere scritte su un muro, può esserci uno studio molto accurato alla base. Io però non mi occupo di questo. Provengo da un background socio-culturale molto influenzato dal muralismo e dalla tradizione sarda, e questo si riflette nei miei lavori.
Ricordo una professoressa del mio liceo affermare che i graffiti, intesi come decorazioni abusive, all’interno del mondo accademico non sono in alcun modo considerati arte. Nonostante questo, è vero che molti autori hanno un percorso di studi artistici alle spalle, non tutti sono autodidatti. Writing e murales sono, a loro modo, un incontro fra arte e cultura classiche e contemporanee.

Secondo murale

Parliamo dell’opera che hai realizzato in seguito alla sentenza. Personalmente l’ho trovata molto d’impatto. L’idea risale all’inizio del processo, o si è sviluppata pian piano?
L’ispirazione per questo lavoro artistico è nata nel corso delle numerose udienze, e sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale l’aria cupa che respiravo durante il processo. Quando tutto si è concluso per il meglio ho voluto rappresentare la vicenda e le mie emozioni nel modo che sento più mio: dipingendo.

Manu InvisibileSoltanto una figura – quella dell’imputato – è colorata, e si staglia su uno sfondo di grigi e di neri. Come mai?
E’ una scelta consapevole, ha un valore simbolico che sta a indicare come in questo processo non fossi sottoposto a giudizio soltanto io ma l’arte stessa, in una delle sue declinazioni. Se noti, la sagoma non ha un contorno ben delineato: è puro colore. In cima ho deciso di inserire la scritta “La legge è uguale per tutti” che domina sopra ogni elemento allo stesso modo, colorato e non.

Hai detto che ritieni questa sentenza, che riconosce un murale come prodotto artistico e culturale, molto significativa. Ne hai discusso con amici artisti?
Certo, e sono d’accordo con me. Difendono la categoria! (ride) Sono contenti per me, e anche per ciò che questo significa per la nostra arte. E’ un passo importante.

Alla fine dell’intervista Manu Invisible mi sorprende ribaltando i ruoli, interessandosi ai miei studi e chiacchierando dei nostri interessi. Mi chiede anche, gentilissimo, se dipingo a mia volta. Io ripenso alle stupende opere che ho visto sul suo sito e rispondo che sì, ho tentato, ma chi volesse sbirciare i miei schizzi dovrebbe passare sul mio cadavere. Non per niente preferisco scrivere…

Di seguito alcuni link a pagine che consiglio di visitare:

* Il sito di Manu Invisible, dove è possibile trovare link ad articoli riguardanti il processo, reperire i suoi contatti e prendere visione di tutte le sue opere, di strada e non: http://www.manuinvisible.com/it/

* La pagina Facebook di Manu Invisible:
https://www.facebook.com/manuinvisible

* Video di un’intervista a Manu Invisible molto interessante, realizzata da Deejay Tv:
http://www.deejay.it/video/manu-invisibile/329955/

* Il canale YouTube di Manu Invisible:
http://www.youtube.com/channel/UCxu_j00uTzFb40Vkpjzk3mQ

* Video che illustra la realizzazione di un murale di Manu Invisible:


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