Milano e l’architettura: fragole e funghi.

di Samuela Serri

Ma però (3)

In una pagina di Caro Diario Nanni Moretti raccontava la sua passione per le case. Ecco, a Milano c’è proprio un quartiere così, in cui ci sono case che sicuramente non avete mai visto, come non pensavate nemmeno potessero essere abitate. Eppure è tutto vero.

Se dalla città vi sposate verso nord lungo la linea gialla della metro potete scendere a Sondrio o a Zara e vi ritroverete catapultati in un’altra epoca. Il quartiere che gira tutto attorno a piazza Carbonari, su e giù, è una zona dai confini indistinti, dove convivono il quartiere Mirabello, il Villaggio dei giornalisti e il quartiere della Maggiolina. Il quartiere Mirabello, che prende il nome da un’antica cascina di metà Quattrocento costruita dal Michelozzo, Villa Mirabello appunto, è stato edificato a partire dai primi del ‘900 dalla Società Quartiere Giardino Mirabello. Negli anni ’10 del Novecento furono costruite una serie di villette a due piani con giardino, alcune più curate altre meno, che resero per anni questa zona, interamente residenziale, una delle più ricercate della città. E se il Villaggio dei Giornalisti ha un’origine dovuta alla necessità di residenze “borghesi”, con palazzi di tre o anche quattro piani, la vera sorpresa è certo il quartiere della Maggiolina. É qui che accade la magia.

foto 3Milano è per eccellenza la città del patchwork architettonico, si sa. Ma sono certa che nessuno si aspetterebbe di ritrovarci case dalle forme bizzarre come queste. Ma andiamo con ordine.
La Maggiolina è la zona che una volta sorgeva attorno all’eponima cascina. Qualcuno dice che questo nome originale venisse dalla parola dialettale magiuster, cioè fragole, che forse lì venivano coltivate. La cascina poi sarà demolita ad inizio del ventesimo secolo, ma la zona non sarà certo dimenticata dalle bizze degli architetti e da quella tutta specifica fantasia milanese che, nel corso degli anni, ha dato vita a molti degli edifici più strani ( e qualcuno dice più brutti) del mondo. Se vi allontanate un poco da piazza Carbonari, dove eravamo sbarcati inizialmente, seguendo il percorso della ferrovia, vi imbatterete presto in via Perrone di San Martino e in via Lepanto. Proprio in questa zona l’architetto Mario Cavallé decise di costruire nel 1946 dodici casette a igloo, di forma completamente tondeggiante, e due abitazioni a forma di fungo (aveva forse in mente l’Amanita Muscaria: avevano anche il tetto decorato a pallini).

Purtroppo per noi parte (4) delle casette a igloo è stata demolita e sono del tutto scomparse quelle a forma di fungo, che probabilmente erano la ragione per cui questa via era conosciuta come “strada degli gnomi”. ImmagineFortunatamente però restano ancora otto igloo, e proprio quelli siamo andati a sbirciare qualche giorno fa. La cosa più stupefacente è che sono case dove la gente vive davvero, abita in compagnia di graziosi mici maculati e qualcuna ha un sacco di giochi per bambini sparsi per il giardino. E abbiamo fugato anche i nostri dubbi riguardo alla loro effettiva abitabilità: si tratta in tutto di circa 45 m2, originariamente suddivisi in tre vani. Il progetto poi prevedeva un secondo piano interrato, non abitabile, a cui si accede dall’esterno o da una piccola botola all’interno, e che prende luce da aperture poste sul soffitto. Dall’immagine del satellite si vede bene la ripartizione odierna delle casette e si può anche immaginare come dovessero presentarsi prima della demolizione.

Milano_villa_FiginiUn’altra curiosità, che risale però agli anni ’30 del Novecento e forse si avvicina di più ad un tipo di architettura che conosciamo, è la cosiddetta Palafitta, cioè Villa Figini, costruita dall’architetto Figini come abitazione per sé e la sua famiglia. Il cantiere viene installato in via Perrone di San Martino nell’autunno del 1934 e i lavori si concluderanno già nel 1935. Originariamente la costruzione era circondata da campi, e si poteva bene vedere il suo stretto stile razionalista (su ispirazione di Le Corbusier), i sottili pilastri che reggono i due piani rialzati e l’intonaco bianco che la ricopre (o forse ricopriva) tutta intera. Infatti la villa è oggi quasi del tutto sommersa dalla vegetazione del giardino; lo stesso Figini diceva in proposito: “Io ho lasciato (o meglio ho voluto) che la natura sopraffacesse la mia architettura. Ma questa io non la chiamo sopraffazione, bensì affettuosa sopraffazione o, meglio, affettuoso abbraccio”. Possiamo dire che la volontà dell’autore è stata rispettata.

Quel che è certo è che Milano non ci lascia mai a bocca asciutta (e nemmeno chiusa, non c’è che dire). Una volta che vi sarete persi in mezzo alle villette del quartiere, dove la gente spazza ogni mattina la terrazza o i gatti si leccano tranquillamente le zampine sul marciapiede, farete presto a dimenticarvi di non essere in provincia. Eppure siete nella seconda città d’Italia e per giunta a pochi passi da tutto: la Stazione, corso Como, Porta Garibaldi e il quartiere Isola, tutti i nuovi centri dell’edilizia (e dell’architettura) milanese.

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