“Solidarność”: per non dimenticare

di Mara Giacalone

Ma però (10)

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Ci sono troppi fatti storici che non possiamo permetterci di ignorare, e quelli del XX secolo vi rientrano assolutamente, perché più di tutti gli altri hanno dato forma a ciò che siamo adesso, all’oggi come lo stiamo vivendo. Ci sono troppi fatti storici che non conosciamo e di cui dovremmo venire a sapere. Fortunatamente non solo i testi scolastici riempiono le nostre lacune, molte volte anche il cinema ci viene incontro, e questo è uno di quei casi.Venticinque anni fa cadeva il muro di Berlino e in Polonia, grazie ad un uomo che aveva fatto sentire la sua voce innalzandosi dalla massa operaia, si assisteva alle elezioni democratiche.

Lech Wałesa: l’uomo della speranza“, ultima impresa cinematografica del maestro Andrzej Wajda, parla proprio di questo piccolo, grande personaggio. Lo conosciamo già adulto, durante un’intervista con la giornalista italiana Oriana Fallaci ( si, proprio lei!) che farà da filo conduttore alla storia della nascita del movimento, Solidarność, da lui creato. Rispondendo alle domande, scopriamo un uomo coraggioso e determinato, che ha avuto il coraggio di andare contro il sistema per ottenere i propri diritti. Il film si snoda tra le immagini che ci mostrano l’intervista Fallaci-Wałesa e la ricostruzione storica della vita del leader.

Le prime scene ci riportano al dicembre 1970 quando gli operai del cantiere navale di Danzica, dove Lech lavorava, protestano: ovviamente le autorità soffocano nel sangue la rivolta e Wałesa, arrestato, è costretto a firmare un foglio che lo obbliga alla collaborazione con i servizi di sicurezza: accetta tale condizione solo per poter tornare a casa dalla moglie Danuta (figura che si rivelerà centrale e di grande importanza per il protagonista) la quale aveva appena partorito il primo di otto figli. Ma da questo scontro Lech esce a testa alta, scontro che funge, per così dire, da molla e fa nascere in lui qualcosa che darà grandi frutti. Da quel momento in poi punta i piedi, cercando di andare controcorrente per rialzarsi e prendere posizione contro un sistema, quello socialista, che non aveva migliorato la Polonia, ma l’aveva resa schiava un’altra volta. La nascita del partito di solidarietà, “Solidarność”, non è facile: numerose saranno le volte che verrà portato in prigione (“in prigione si ragiona bene”), le perquisizioni, le minacce… ma non è più intenzionato ad arrendersi, a tornare indietro, “o si è cavalli o si è cavalieri”, come dice lui stesso: si deve prendere posizione, non si può star fermi a guardare, a sopportare. Nel 1980, a dieci anni dalla strage, Wałesa organizza uno sciopero limitato all’occupazione delle fabbriche, senza l’utilizzo della violenza, e il risultato è grandioso: una serie di fabbriche raccoglie il suo esempio e il 16 agosto anche le miniere di carbone della Silesia si aggiungono alla lista. Le autorità non poterono fare altro che scendere a patti con gli operai, evitando, a loro volta, di usare la violenza e sul finire di agosto si firmarono gli accordi che cedevano alla richiesta di creare sindacati indipendenti. Questi nel settembre si unificarono sotto il nome di “Solidarnosc” con a capo Wałesa, il quale mostrò di possedere uno spiccato istinto politico combinato al dinamismo; ricordiamo che alla domanda della Fallaci, “Cosa significa essere un leader?”, Lech rispose che significava essere determinati sia dentro sia fuori. Il film termina con l’evento culmine della sua vita, ovvero il riconoscimento dei suoi sforzi con l’assegnazione del Nobel per la Pace nel 1983.

10564616_10203090937688689_183787139_nWajda compie un viaggio non solo storico: non si limita a raccontarci i fatti, ma va in profondità, mostrandoci la psicologia, le emozioni, le debolezze dei suoi personaggi. Numerosissime sono infatti le scene in cui il protagonista viene raccontato tra le mura domestiche di una normalissima famiglia che fa fatica ad arrivare alla fine del mese a causa del rialzo dei prezzi imposto dal socialismo; una famiglia con otto figli da mantenere e un lavoro precario a causa del carattere di Lech e della sua continua insubordinazione al potere centrale. Una famiglia che rappresenta le uniche sicurezze di un uomo che ha rischiato tutto per il bene della sua nazione perché stanco di vederla sempre a testa bassa. Una nota d’attenzione la merita la moglie Danuta, una figura che magari non ci sta molto simpatica, forse troppo apprensiva o che sembra non capire ciò che spinge il marito a sacrificarsi e a sacrificare tutto, ma che gli è stata sempre accanto, sopportando tutto, e che alla fine andrà a ritirare il premio Nobel a Oslo per il marito: premio meritato anche da lei, perché, come più volte riconosce lo stesso Lech, lei è stata il suo punto di forza, la sua stabilità davanti al continuo sgretolarsi delle certezze.

Lech Wałesa: l’uomo della speranza“, vuole essere un riconoscimento all’impresa di un grande leader politico, ma è anche qualcosa di più. É un monito non solo per i polacchi, “per ricordare”, ma per tutti noi, italiani, europei e non. Vuole essere un film che ci mostra che lottare contro l’oppressione, contro chi ci priva dei diritti è un nostro dovere e che non ci si deve arrendere. Il popolo, le masse, posseggono una grande forza, ma devono saperla gestire attraverso delle figure di carattere, capaci di guardare oltre e non timorose di affrontare il potere centrale che ci vorrebbe succubi, tutti con la testa china pronti ad obbedire. Forse il ritratto di Lech Wałesa che si evince dal racconto della Fallaci non è dei migliori: ci appare un uomo pieno di sé, un po’ vanitoso, ma sicuramente con le idee chiare in merito alla sua posizione e ciò che vuole ottenere. E tuttavia la cosa che lo distingue da altri leader è che mai si dimentica le sue origini di operaio, di elettricista, in un cantiere navale della Danzica post bellica: credo che questo sia il punto cruciale, il tentativo di riscatto senza però mai esagerare, senza diventare un dittatore, perché il centro fondamentale è il bene, reale e concreto, della sua patria. Come dice nell’ultima battuta del film “My, naròd”, e cioè “Noi, il popolo”: questo noi, questo pronome che racchiude tutti e non solo il singolo, questa impresa che deve essere collettiva e non individualistica. Qui sta il potere di Lech e dei grandi leader che hanno dato una svolta positiva al mondo, perché “non c’è libertà senza solidarietà”.

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