Perché non siamo Edipo

Riflessioni su Mio figlio era come un padre per me.

di Anna Cingi

Ma però (4)

“Un certo giorno i fratelli scacciati si riunirono, abbatterono il padre e lo divorarono, ponendo così fine all’orda paterna. Uniti, essi osarono compiere ciò che sarebbe stato impossibile all’individuo singolo […].
[…] Essi odiavano il padre, possente ostacolo al loro bisogno di potenza e alle loro pretese sessuali, ma lo amavano e lo ammiravano anche. Dopo averlo soppresso, aver soddisfatto il loro odio e aver imposto il loro desiderio di identificazione con lui, dovettero farsi sentire i moti di affetto nei suoi confronti fino a quel momento rimasti sopraffatti. Ciò accadde nella forma del rimorso, sorse un senso di colpa che coincide in questo esempio con il rimorso collettivo. Morto, il padre divenne più forte di quanto fosse stato da vivo […].”

S. Freud, Totem e Tabù

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Teatro Sociale, Gualtieri, 4 luglio.
Se ci fosse un sipario si aprirebbe su Loris e Giada Rugon, figli di un ricco imprenditore del Nord-Est, che consumano cioccolatini discutendo il modo migliore di uccidere i propri genitori.
Eccolo dunque, il modo migliore: intossicarli di rimorsi in seguito al suicidio di uno dei figli, in un gioco spietato di risentimenti e sensi di colpa; suicidarsi in grande però, che sia un atto che li sottragga al provincialismo, all’etichetta del cognome, alla cronaca locale.

10527942_339044256253742_2045707064_nLa decisione del parricidio non viene nemmeno maturata, è un presupposto, un terreno comune su cui i due fratelli protagonisti di Mio figlio era come un padre per me sviluppano il loro dialogo. A primo impatto chi ha letto L’ospite inquietante di Galimberti sospetterà quella stessa violenza senza scopi, inanimata e assoluta; non riflettuta per incapacità linguistica di riflessione; in ogni caso collettiva, in quanto non psicologica ma sociale.
Nello spettacolo c’è in effetti una certa dose di quel nichilismo, nella forma di un’ironia gelida; ci si muove proprio nell’ambito di una generazione, la nostra, che dicono abbia nel DNA il cinismo e la tendenza a una violenza disemozionalizzata (Galimberti ricorda parecchi episodi di cronaca).
Qui, però, si parla in prima persona, e non c’è paternalismo. Riconoscendo quelle stesse urgenze come parte di sé, i Fratelli Dalla Via non applicano giudizi o morali, registrano invece un malessere oggettivo, e un fallimento inevitabile.

In effetti, il parricidio servirebbe eccome. È ben noto come secondo le dinamiche dei complessi di Edipo ed Elettra sia necessario uccidere un genitore per sostituirvisi e prendere posto nel proprio futuro.
Se però il futuro “non arriva tutto in un colpo, ma a tocchetti”, e invece che di crescita, è un processo di assuefazione, allora la figura del genitore non è quella del rivale con cui confrontarsi, ma è preventivamente ridotta a un nulla, ingombrante sì, ma astratto, bloccato in un limbo di presenza-assenza. Per chiarire la situazione, dunque, è conveniente il delitto, pulito, definitivo, a metà strada tra un atto di indipendenza e uno di esasperazione.

Una liberazione che si rivela impossibile: tra le due generazioni non c’è punto di incontro, i genitori schivano le intenzioni dei figli, anticipandole.
Cosa succederebbe a Edipo se suo padre si uccidesse da solo per un fallimento economico? Contro chi si rivolterebbe Elettra se Clitennestra, tutta assorbita da un passato di reginetta di bellezza, si avvelenasse come cura per l’invecchiamento?
Sarebbe il piano per l’infanticidio perfetto?

10544914_339044176253750_1506093512_nI due interpreti parlano un linguaggio spigliato, quotidiano, carico di humour. Partono da un microcosmo: l’ambiente è la provincia industriale vicentina che mastica tradizioni locali ed esportazione su scala mondiale, la famiglia e la ditta, la messa e lo spritz; la lingua è modellata sul dialetto veneto, ma quello dell’epoca della polenta istantanea.
Affiatati, si muovono su una scena pulita e flessibile, per raccontare una parabola dalle radici profonde e densa di riferimenti (da Amleto a Telemaco, dalla tradizione cristiana al cinema di Petri), intensamente attuale; riportano contraddizioni non solo locali, quel sogno quasi americano di benessere in cui sono nati, la crisi economica e la resa dei conti tra generazioni che ne è conseguita.

“La prima generazione ha lavorato. La seconda ha risparmiato. La terza ha sfondato. Poi noi.” Poi noi e non c’è rimasto altro da fare, abbiamo tutto, siamo infelici di un’infelicità ingiustificata e colpevole. Non ci sono più necessità né traguardi.
I nostri nonni lavoravano perché avevano fame, ma noi no.
Loris Rugon lavora tanto, ma non per mangiare. Non per guadagnare o per fare carriera, non per senso del dovere o per passione, solo per lavorare. “Morirò di fatica per dimostrare che il lavoro non serve a niente”, dice. Si fa carico di un’eredità pratico-morale come di una condanna, ci si attiene senza speranze.
Il personaggio di Giada, al contrario, non vuole mangiare: sceglie la fame per l’utopia della linea, o per sottrarsi alle logiche del consumo, o come scelta spirituale, da martire. “Chi non vuole lavorare, nemmeno mangi”, scriveva San Paolo ai Tessalonicesi; Giada Rugon non si nutre, consuma solo cioccolatini, non per sostentamento ma solo per sfida. Evita persino l’eucarestia per via del glutine; ma se l’eucarestia è la consumazione del corpo di Dio, che è padre e figlio, e contiene un germe simbolico di quel patricidio, allora i fratelli Rugon sono davvero troppo lontani, culturalmente e quasi biologicamente, dalle loro origini, per riguadagnare un confronto persino nell’omicidio.

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Ci sarà da chiedersi a quale futuro va incontro una generazione che non trova confronto con il proprio passato, affetta da risentimento e senso di colpa, incoraggiata contemporaneamente a un progresso senza promesse e a una nostalgia senza ritorni.
Giada e Loris sono consapevoli che si ritroveranno tra una decina di anni nello specchio la stessa espressione dei propri genitori, la stessa struttura di ossa nelle radiografie, le stesse ossessioni. Sanno che il parricidio è davvero impossibile.
Forse si sforzano di identificarsi in quel cinismo drastico; ne conoscono invece tutta l’assurdità. Si nutrono, come noi, di contraddizioni.
“Noi, in fondo, viviamo per questo: per arrivare primi, e negare di aver vinto.”

NOTA: Raccomando il promo del Teatro Sociale di Gualtieri. A questo indirizzo le prossime date dello spettacolo; aggiungo che dal 7 al 14 gennaio 2015 sarà all’Elfo Puccini a Milano.


Le foto sono di Marco Caselli Nirmal

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