Non è sempre colpa del maggiordomo.

Breve gita nella narrazione.

di Giancarlo Pace

maggiorfomoLe grandi lancette dell’orologio si sovrappongono sotto il numero dodici impresso nel bronzo, sulla facciata principale del municipio. Il gorgoglio della fontana della piazza copre le parole che una vecchia signora sta dicendo ad un giovanotto che non sembra per nulla interessato a lei. Fino a questo punto, potremmo essere ovunque, in qualsiasi piazza del mondo, in un qualsiasi tempo successivo alla creazione dei municipi, delle anziane signore, dei ragazzotti e degli orologi. Allora vorrete saperne di più… vorreste sapere perché tra i tanti posti che esistono al mondo siamo proprio in questo. Forse potremmo evincere qualche indizio dal discorso dell’anziana, ma siamo troppo vicini alla fontana. Non resta che aspettare.
Nel cielo azzurro striato ogni tanto da qualche filiforme nuvola bianca passano due gabbiani. Potevano essere delle rondini e magari avremmo capito di essere in primavera, e invece no. Due gabbiani.
Allora saremo vicini al mare, certo. Avrete saputo da qualche libro o da qualche esperienza personale che i gabbiani sono uccelli marini. Magari l’avrete letto sulle pagine del sussidiario della terza elementare, oppure l’avrete scoperto molti anni fa, quando per la prima volta avete toccato la sabbia e un gabbiano davanti a voi si è tuffato in acqua a capofitto per uscirne con un pesce guizzante nel becco.
Vi avrà dato una bella sensazione? Avrete apprezzato la legge di natura che fa prevalere il più forte sul più debole o, in questo caso, il gabbiano sul malcapitato pesce? Oppure vi siete immedesimati nel povero pesciolino che, mentre era intento a sbocconcellare qualche alga, è stato trascinato fuori dal suo luogo vitale per essere proiettato verso un azzurro troppo accecante e un ambiente troppo poco liquido per i suoi gusti? Per non parlare, poi, dello strano pennuto bianco che non ha mai visto sott’acqua e che probabilmente, tra poco, lo mangerà. Strana, la vita dei pesci.
Ma non distraiamoci troppo, torniamo alla nostra storia e alla nostra piazza che probabilmente non sarà popolata da due sole persone; del resto è una bella giornata e sicuramente ci sarà qualcun altro che avrà deciso di fare due passi e riscaldarsi con una bella pioggia di sole mattutino.
Ecco, c’è una mamma con due bambini. Avranno sei e otto anni. Li tiene per mano senza preoccupazione e loro si lasciano trasportare senza nessuna apparente resistenza. Gli occhi della bambina si muovono in ogni direzione: guardano il cielo, le nuvole, i due gabbiani che stanno atterrando dolcemente sul tetto del municipio e le goccioline d’acqua che sono cadute fuori dalla vasca. Il bambino è, invece, intento a leccare un enorme lecca lecca rosso e giallo, come quelli che si vedono nei vecchi film in bianco e nero in mano alle bambine con i boccoli dorati. Abbiamo un altro indizio dunque; sicuramente abbiamo superato l’ultimo giorno del millenovecento sette, data nella quale un tale di nome George Smith ebbe l’idea di unire uno stecco di legno ad una caramella tonda per il concorso di “Pasticciere di capodanno” che si sarebbe tenuto di lì a poche ore. In realtà conquistò solamente la coccarda del terzo posto ma quell’idea è la stessa che quel bambino vestito di azzurro può gustare sorridendo, in questa precisa piazza, davanti al municipio.
Adesso, forse, sarete curiosi di conoscere i nomi dei personaggi, i loro gusti, le loro storie, oppure, vi piacerebbe ascoltare la loro voce, scoprire se ad ogni personaggio corrisponde la voce che vi aspettate o invece una del tutto diversa, che li fa apparire strani o comici. Ma niente, nessuna voce ci giunge all’orecchio, non che ci sia silenzio, anzi, ma il trio della mamma e dei bimbi non dice nulla e l’acqua scrosciante copre la voce dell’anziana che ancora non accenna a smettere di riversare parole nelle orecchie del ragazzo sempre più assente.
Allora, a questo punto, vi sarete fatti qualche idea anche sul narratore che, in fondo, dovrei essere io, ma in realtà potremmo essere noi. Vediamo le stesse cose, sentiamo gli stessi rumori, sentiamo lo stesso calore di questa mattina assolata sulla pelle. Quindi i narratori siete forse voi? Può darsi che siate stati proprio qui un giorno a vedere le stesse cose che state leggendo in questo momento? Avete già visto i due gabbiani, i bambini, la fontana, l’orologio? Sapete anche come finirà il racconto e se la conclusione vi piacerà? Non so. Non capisco nemmeno se io stia semplicemente leggendo e mi sia immedesimato a tal punto da credere di essere io stesso lo scrittore di questa storia. È il caos della narrazione!
È arrivato il momento di far ordine e cercare di ricordare attentamente.
I ricordi sono sfocati ma ora ne sono certo. Non sono io l’uomo seduto troppo vicino alla fontana per ascoltare i discorsi dell’attempata donna ma ben posizionato per vedere tutto il resto. Mi ero convinto di esserlo e invece non è così. L’individuo al quale finora abbiamo rubato il punto di vista è un uomo che avrà al massimo trentacinque anni e sembra ipnotizzato dalle onde provocate dal getto della fontana.
Ora sembra scuotersi, tira fuori dalla tasca interna della giacca un orologio. Più esattamente un orologio da tasca dorato. Solleva il coperchio, osserva distrattamente il quadrante, lo richiude e lo ripone nel taschino.
Un orologio a cipolla? Ma che anno è? Questi oggetti non si usano più da molto tempo, è almeno dagli anni cinquanta che non se ne vede uno, ma anche allora erano già in uso da tanto tempo; sicuramente i gentiluomini che indossavano la tuba potevano tranquillamente adoperarlo senza destar sospetto, ma quest’uomo qua? Non vedo tube sulla sua testa.
Dunque possiamo avanzare altre supposizioni: potremmo essere negli anni venti o negli anni trenta, però, pensandoci bene, esistono anche i collezionisti, i cultori del passato, potrebbe anche essere oggi, oppure, perché no? Anche domani. Ormai l’incertezza temporale avrà preso il sopravvento su di voi come ha già travolto me, ma intanto, succede ancora qualcosa: dopo pochi secondi, il nostro ultimo personaggio (il senza tuba per intenderci), affonda le dita nella giacca e tira nuovamente fuori il meccanismo ticchettante. Stavolta costringe i suoi occhi a fare più attenzione.
Adesso sembra improvvisamente preoccupato. Si guarda attorno e, infine, inserisce la mano destra in una tasca della giacca diversa da quella nella quale ha risposto l’orologio. Sicuramente non lo starà cercando nuovamente e inoltre, dopo averlo consultato per ben due volte, avrà già avuto modo di sapere che ore siano. Ma allora cosa sta cercando? Non c’è il tempo di porsi la domanda quando sembra chiaro che in realtà non cerchi nulla. Sa già quale sia il contenuto della tasca. L’uomo stringe l’oggetto all’interno del palmo senza tirarlo fuori dalla giacca. Dall’esterno non è facile identificarlo; però, dal modo in cui viene deformato l’abito, sembra un oggetto che, per lo più, possa essere racchiuso all’interno di un pugno lasciandone al di fuori una parte. Dopo questa breve descrizione ognuno di voi starà provando a ipotizzare che oggetto sia. Cosa stringe in mano questo individuo misterioso?
C’è chi ripensando al bambino di prima suppone che sia un grosso lecca lecca. Penserà: certo, può piacere anche ad un uomo adulto e magari lo stringe pregustando il momento in cui potrà assaporarlo senza che nessuno della piazza lo osservi. Altri penseranno, invece, che questa sia un’idea insensata: perché mai il nostro Senzatuba dovrebbe tenere quel dolce appiccicoso in tasca rischiando di imbrattare inesorabilmente il suo bel vestito e perché adesso avrebbe dovuto incollare nel “pastiche” anche la sua mano?
Una terza corrente di pensiero afferma che sicuramente sarà un grosso telefono cellulare, uno dei primi modelli, del resto ancora nessuno ha capito in che giorno, in che mese e in che anno ci troviamo.
Ma no! Obietteranno subito i lettori più estrosi, non c’è dubbio che si tratti di un’ocarina. Qualcuno addirittura è disposto a dichiarare di avere già visto l’uomo in teatro ed è pronto ad affermare sotto giuramento che il personaggio in questione è senza dubbio il primo ocarinista dell’orchestra sinfonica. L’uomo, comunque, non sembra intenzionato a tirar fuori l’oggetto e questa storia potrebbe finire così, lasciando un punto interrogativo nelle teste dei lettori e del narratore.
Ma non si fa così! Obietterete. Non è in questo modo che si svolge una storia: inizio, svolgimento, fine. E della fine non c’è ancora traccia.
Questo è quello che la maggioranza dei lettori starà gridando nella propria mente. Ma c’è anche qualcun altro che la pensa così: è un uomo con i baffi che sta leggendo il giornale a pochi metri dall’uomo dalla tasca misteriosa. Anche lui non ci sta. Anche lui vuole conoscere la conclusione della storia.
Come tutti, anch’egli si è creato una propria idea sull’oggetto sconosciuto e in base a questa è profondamente convinto che quell’uomo nella tasca stringa una pistola. È una sua convinzione ovviamente, e non ha modo di provarla. Ma esiste una differenza tra lui e tutti gli altri lettori. Si sente indifeso. Non c’è nessuna pagina di libro, nessuna voce narrante, nessun foglio a frapporsi tra lui e il “folle” possessore della pistola. Del resto questo individuo deve esser folle per tenere con se una pistola e nella sua follia potrebbe far male a chiunque, anche a lui che tranquillamente legge il giornale.
La tensione è ormai troppa, l’uomo baffuto col giornale non è più un semplice lettore, è diventato un personaggio! Potrebbe diventare il protagonista di uno degli articoli che ha proprio a un palmo dal suo naso. Deve intervenire.
L’uomo dell’orologio non ha nemmeno il tempo di chiamare aiuto che il lettore, ora personaggio, gli è sopra e con una forza brutale, fornitagli dalla paura di essere aggredito, spinge il malcapitato nella fontana tenendo la testa del Senzatuba sotto il livello dell’acqua. L’uomo si dimena ma il personaggio baffuto non molla la presa finché, quando ormai l’aggredito sta per arrendersi al suo tragico destino, il ragazzotto annoiato tira via con forza l’assalitore lasciandolo privo di sensi a terra.
La mamma corre via con i bambini, il lecca lecca si frantuma sul pavé, la vecchia dà un paio di colpi con la borsa all’assalitore già svenuto e il Senzatuba torna a respirare.
Quando l’aggressore riprende i sensi è già in manette e lentamente viene scortato da due gendarmi. Il suo viso non è accigliato, anzi, ride. È sollevato: ecco la fine del racconto, pensa.
E invece no, il Senzatuba-quasiannegato-possessorediorologiodatasca non la pensa così. Adesso che ha ripreso i sensi, tira fuori dalla tasca un’ocarina e la lancia allo sconosciuto lettore/personaggio baffuto tramortendolo. A questo punto i lettori saranno soddisfatti da queste azioni improvvise e imprevedibili anche se ancora cercheranno un proprio significato alla storia. Tra le miriadi di interpretazioni un solo pensiero sarà presente in tutti: per fortuna non è il solito racconto nel quale la colpa è sempre del maggiordomo. Non sembra opportuno, del resto, lasciare la storia così, troncata come un ciuffo da un barbiere maldestro. Meglio riproporre la stessa piazza nella giornata successiva ai fatti, nella sua atemporalità ma un giorno dopo. Meglio ridare ordine al caos creato.

Le grandi lancette dell’orologio si sovrappongono sotto il numero dodici impresso nel bronzo sulla facciata principale del municipio. Il gorgoglio della fontana della piazza accompagna le parole che una vecchia poliziotta sta dicendo ad un giovanotto che non sembra per nulla interessato a lei. Gli racconta di come un maggiordomo con i baffi abbia aggredito il primo ocarinista dell’orchestra sinfonica proprio un giorno prima…


One thought on “Non è sempre colpa del maggiordomo.

  1. Racconto molto carino e narrazione accattivante…mi è proprio piaciuto! a quando il prossimo?

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