Il museo immaginario di Henri Langlois

di Veronica Galli

Ma però (10)

10533970_10152609574854203_107998131_n

In occasione del centenario della nascita del suo fondatore la Cinémathèque Française di Parigi ha organizzato un’interessante retrospettiva dal titolo piuttosto accattivante: Le musée imaginaire d’Henri Langlois.
La cineteca francese, creata per conservare e diffondere il patrimonio cinematografico del Paese, è stata infatti fondata da Langlois – vero amante del cinema come forma d’arte e di sperimentazione – e dal regista francese Georges Franju nel 1935. Un’avventura iniziata con un semplice circolo del cinema, creato col fine di proiettare e far conoscere al pubblico alcune opere cinematografiche, e giunta al suo culmine con l’apertura, appunto, della Cinémathèque Française, che oltre a conservare i film e altro materiale cinematografico ha da sempre continuato a proiettare corti e lungometraggi in un’instancabile opera di divulgazione della Settima Arte.
La cineteca conserva il più vasto patrimonio cinematografico al mondo – come i Francesi non perdono occasione di rimarcare -, ha avuto diverse sedi e ha aperto, nel corso degli anni e collateralmente all’attività del Musée du Cinéma, sale destinate a proiezioni e retrospettive, una tra tutte quella del Centre Pompidou. Dopo il debutto nell’VIII arrondissement di Parigi (dove cinefili del calibro di Jean-Luc Godard e François Truffaut si incontravano per discutere della Settima Arte), la Cinémathèque si è trasferita nel Quartiere Latino, poi al Palais de Chaillot dove un incendio, nel luglio del 1997, non ha fortunatamente danneggiato nessuna delle opere, evacuate nel corso della notte. Dopo questo incidente la Cinémathèque ha finalmente raggiunto quella che fino ad oggi è stata la sua sede: rue de Bercy, XII arrondissement di Parigi.

10536769_10152609574849203_1740270868_nLa fondazione della Cinémathèque non è stata che una delle tante declinazioni dell’amore di Henri Langlois per il cinema come forma d’arte nobile e purissima.
La retrospettiva, che dispone su un’ampia parete all’ingresso una meticolosa e dettagliata ricostruzione della vita del fondatore, propone documenti e articoli d’epoca, filmati e scatti di Langlois realizzati da fotografi celebri.
Una buona parte di questa ricostruzione cronologica è riservata alla narrazione del cosiddetto “Affaire Langlois”. Nel febbraio 1968 l’allora Ministro della Cultura André Malraux – a seguito della pressione esercitata dal Ministero delle Finanze – richiese un rinnovamento radicale della Cineteca, sollevando Langlois dal suo incarico. Si trattò di un affare di Stato, dove per Stato non ci riferiamo alla Repubblica Francese ma piuttosto a quella di cineasti, artisti e intellettuali che, indignati da una simile scelta e ben consapevoli dell’impegno profuso dal fondatore della Cinémathèque nella divulgazione del cinema come forma d’arte, organizzarono un comitato di difesa. La mobilitazione diede i suoi risultati, portando alla riassunzione di Henri Langlois nell’aprile dello stesso anno.

foto da thecine-files.com

foto da thecine-files.com

Henri Langlois è stato, in effetti, un funzionario, cinefilo e appassionato d’arte assolutamente unico nel suo genere. Pur venerando registi, attori e tutti coloro che orbitavano attorno all’universo cinematografico, coltivò sempre un fortissimo interesse per qualsiasi forma d’arte e, in particolare, per la pittura del suo tempo. Col fine di difendere la legittimità e lo status della cinematografia come arte, Langlois ipotizzò addirittura di filmare i pittori all’opera, da una parte per testimoniare la propria ammirazione nei confronti di artisti di grande valore e, dall’altra, per realizzare una sua grande ambizione: mescolare le arti insieme, studiarne il potenziale espressivo, la moltiplicazione e la propagazione degli effetti. Sperimentazione, questa, che accoglie il visitatore sin dalla prima sala della retrospettiva della Cinémathèque, dove ci si trova di fronte ad uno degli esempi dei lavori di Langlois come programmateur, attività che portò avanti per quarant’anni. In sostanza, Langlois ricercava nuove forme ed evidenze espressive nell’accostamento di diversi film sullo stesso schermo, creando delle sequenze che in qualche modo traducevano il suo pensiero figurativo: ricercare l’arte nell’arte stessa, in modo da legittimarla, sviscerarla, mostrarla per quel che essa in fondo è, ovvero un flusso continuo di immagini e percezioni, un’evoluzione senza sosta, una fonte inesauribile di significati, letture diversificate e risultati espressivi spesso inattesi.Per questo motivo nel corso della sua carriera Langlois valorizzò soprattutto il cinema muto e le avanguardie storiche, nonché il cinema sperimentale del dopoguerra, lodati per la loro capacità di svilupparsi al di là degli obblighi narrativi a cui era vincolato il cinema cosiddetto “tradizionale”. Il fondatore della Cinémathèque definiva il cinema, in due parole, arte plastica, in un tempérament d’architecte – come giustamente affermato dagli organizzatori della mostra – che ritroviamo forte e chiaro nella sua prima opera, realizzata con Georges Franju nel 1935: Le métro. Si tratta di un cortometraggio realizzato su tre bobine da 16mm quasi esclusivamente composto da piani di treni in movimento: l’agitazione urbana e le ondate di folla che invadono lo schermo, seppur risalenti agli anni del debutto di Langlois nel campo del cinema, prefigurano già questo suo temperamento e la sua passione per correnti come il dadaismo, lo strutturalismo e il costruttivismo, nonché lo studio incessante del rapporto tra il cinema e le astrazioni ottiche di Duchamp, Ray o Epstein.

In uno dei templi delle Settima Arte viene quindi reso omaggio ad un brillante cinefilo, in un percorso che lega storia, avanguardie artistiche e cinema come forma di perenne sperimentazione e di lettura della realtà – concreta o astratta poco importa – nonché preziosissima arte da preservare, conservare e onorare ma, soprattutto, divulgare e esporre, obiettivo costante del fondatore che – dicono di lui – era più interessato all’exposition che non alla conservation e decisamente ossessionato dalla sua idea di musée. Un’ottima celebrazione di un immaginario davvero suggestivo e affascinante come quello di Henri Langlois che, mosso da un profondissimo amore per il cinema, non solo consegnò in bianco al Bac (l’esame di Maturità francese, ndr) per evitare di intraprendere gli studi di Diritto impostigli dal padre e creò poco a poco uno dei patrimoni più ricchi del panorama cinematografico internazionale ma, soprattutto, alimentò nei cineasti, nei collaboratori, negli artisti e negli spettatori a lui vicini ciò che di più prezioso l’uomo è riuscito a conservare nel corso dei secoli, oltre gli scempi di guerre, politica, crisi e nuove tecnologie: l’imaginaire, appunto.

10524555_10152609577974203_3793798399890745096_n


Lascia un commento